Sofia entrò nel mio ufficio di buon mattino, con l’aria di una che avesse già litigato con almeno tre persone prima di colazione. Posò la borsa sulla sedia, rimase in piedi davanti alla scrivania e mi disse che doveva trovare suo fratello. Me lo impose, quasi. Le chiesi da quanto tempo fosse scomparso e lei rispose che non era scomparso affatto. Era vivo, lavorava e pagava le tasse. Semplicemente, disse, non era più lui.

Era una donna spiacevole, sulla quarantina, con i capelli tagliati cortissimi e quella particolare espressione che hanno certi clienti quando sono convinti che l’investigatore a cui si sono rivolti sia lento ad afferrare le cose. Non mi andava a genio, ma ero in bolletta e non potevo permettermi di fare lo schizzinoso, così la invitai a sedersi e a raccontarmi tutto dall’inizio.

David, il fratello, non si faceva sentire da quasi tre anni. Sofia non si addentrò nelle motivazioni del loro litigio e io non domandai. Nessuno dei due aveva mai fatto un passo verso la riconciliazione e così, quando un paio di settimane prima era morto il padre, lei aveva cercato di contattare David senza sapere se l’avrebbe trovato al vecchio appartamento oppure no. Serviva una firma per l’eredità, mi spiegò la donna con una certa insistenza. Ne dedussi che, in caso contrario, non si sarebbe presa il disturbo di riallacciare i rapporti col fratello e questo me la rese un po’ più antipatica. I suoi soldi, invece, non mi dispiacevano affatto, quindi tacqui.
Mi disse che aveva provato a chiamarlo al laringofono, ma che aveva risposto una segreteria telefonica robotica. Allora si era recata all’ultimo indirizzo che conosceva e le aveva aperto David. Solo che era un altro uomo, più vecchio e più sorridente. Non si trattava di plastica facciale o di qualche altra diavoleria che andava tanto di moda oggigiorno: era proprio un altro uomo, ma i documenti che le aveva mostrato erano autentici. Il nuovo David viveva nella stessa casa di quello vecchio, aveva lo stesso lavoro presso uno studio di commercialisti e, in generale, conduceva la stessa vita. Ma non era lui. Non piú.
«Qualcuno gli ha venduto l’identità di suo fratello», considerai. «Forse lo stesso David».
«È quello che ho pensato anch’io», rispose lei, «ma quando gli ho mostrato l’olofoto di David, ha detto di non riconoscerlo. Non ha saputo fornirmi né un nome, né un indirizzo, perchè la compravendita è avvenuta tramite un intermediario anonimo. Per questo mi sono rivolta a lei».

Stetti un momento a riflettere. Un’identità poteva essere ceduta insieme al nome, alle credenziali, agli incarichi e alle proprietà. I vincoli di parentela restavano fuori dal contratto, salvo quando disposto diversamente, mentre gli oneri fiscali e le questioni ereditarie, per evitare frodi, non erano opzionabili. A livello amministrativo era un bel guazzabuglio, ma confidavo di venirne a capo. Non potevo ritenermi un esperto di questo tipo di faccende, ma per fortuna conoscevo qualcuno che avrebbe potuto attribuire un nome all’intermediario del nuovo David. Dissi a Sofia che venivo trenta oscar al giorno, più le spese, e la sua faccia si arricciò brevemente, ma poi accettò: non aveva alternative. Come me, del resto. Quando uscì dal mio ufficio a lunghi passi altezzosi, mi accesi una sigaretta e sospirai, grato di non dover più guardare quegli occhi sprezzanti.

Contattai un broker di identità che mi doveva un favore e gli passai i pochi dati che Sofia era riuscita a raccogliere. Protestò per principio, come faceva ogni volta che gli chiedevo qualcosa senza pagarlo, ma meno di un’ora dopo riuscì a risalire alla transazione e al precedente proprietario di David. Si chiamava Martin e viveva nel Distretto Gemini, poco distante dalle Torri del Network.
Il suo appartamento era troppo piccolo per tutti i mobili che conteneva. Martin aveva una cinquantina d’anni, portava una maglietta scolorita e non assomigliava neanche lontanamente all’olofoto del fratello di Sofia. Quando gli spiegai perché ero lì, fece una smorfia e mi lasciò entrare. Dovetti scavalcare un divano per approdare in soggiorno e, quando mi sedetti, il tavolino di fronte era così vicino da costringermi a stare con le ginocchia in gola. Mi domandai perchè avesse cambiato l’identità di un commercialista, di sicuro più agiata, per quell’esistenza da topo in un buco.
«Sì, sono stato David», confermò quando glielo chiesi. «Per cinque mesi. Forse sei».
«E perchè ha preferito… questo?»
Mi guardò con la condiscendenza di chi è convinto che i propri guai siano di pubblico dominio.
«Non mi piaceva», rispose Martin. «Essere David, dico».
Aveva comprato l’identità, mi disse, perché sulla carta sembrava un buon affare: una posizione professionale rispettabile, un appartamento migliore del suo, credenziali utili e una reputazione discreta. Poi aveva scoperto di odiare il lavoro da commercialista e che il nuovo Distretto era troppo sporco per i suoi gusti. In poco tempo aveva finito con il detestare anche il fatto di chiamarsi David. «Sembra un nome da robot!», sputò senza vergogna. Lui e Sofia, considerai, sarebbero andati d’amore e d’accordo.

Mi raccontò di aver rimesso l’identità di David sul mercato e di aver trovato un compratore nel giro di poche settimane: Fred, l’attuale David,. Ci aveva perso parecchi soldi, Martin, ma non sembrava preoccuparsene. Il fatto di essersi ripreso il vecchio nome, il vecchio lavoro e la vecchia topaia che chiamava casa valeva tutti gli oscar spesi, a suo dire.
Per fortuna, Martin e il precedente David avevano trattato di persona, quindi poteva darmi qualcosa di concreto su cui lavorare. Per un momento temetti che gli anelli della catena sarebbero stati molti più di quanto avrei desiderato, e soprattutto più di quanti Sofia sarebbe stata disposta a pagare. Bastava un’altra compravendita anonima e avrei dovuto ricominciare da capo. Invece, quando gli mostrai l’olofoto, Martin riconobbe il David originale all’istante.
«Quando mi ha venduto l’identità, un anno e mezzo fa», disse, «si chiamava Harvey e lavorava come meccanico in un’Officina Pediatrica del Distretto Cancer». Restò un attimo in silenzio, squadrandomi. «Forse è ancora lui», concluse.
«In che senso?»
«Mi ha dato l’impressione di uno che non ama essere qualcuno per troppo tempo», rispose Martin.

Trovare l’Officina Pediatrica giusta richiese meno tempo del previsto, utilizzando di straforo il database della polizia con un vecchio badge mai restituito. Quando arrivai, Harvey stava trafficando con la gamba di un neonato robotico. Il resto del corpo, realistico oltre il comune senso del pudore, era abbandonato sul tavolo da lavoro come il cadavere di un bimbo vero. Non ero estraneo a spettacoli del genere, ma mi diede comunque il voltastomaco.
Mi presentai e, quando il meccanico alzò la testa, lo riconobbi come il David originale. «Chi mi cerca?», domandò l’uomo, pulendosi le mani con uno straccio.
«John Lee Hoffman», risposi. «Sono un detective privato. Sua sorella mi ha assunto per trovarla».
Non rispose, limitandosi a guardarmi, così lo informai della morte del padre. Non reagì nemmeno a questo e io cominciai a sentirmi a disagio.
«Sofia ha bisogno di una sua firma per sbloccare l’eredità», continuai. «Sono un bel po’ di soldi».
Harvey scosse la testa. «Non posso farlo», disse. «Io non sono David».
«Anche se ha cambiato identità», dissi, «i rapporti ereditari rimangono invariati».
«Lo so bene», rispose. «Il fatto è che… io non sono mai stato David».

Lo fissai per qualche istante, ammutolito. «Temo di non aver capito», confessai.
Non era una storia complicata, a ben vedere. Il vero David, mi disse, era morto quando aveva poco meno di sei mesi. Il padre non era riuscito ad accettarlo e quando, tempo dopo, aveva adottato un bambino, gli aveva trasferito l’identità di David.
«Quel bambino», finì Harvey, le mani appoggiate sul minuscolo arto robotico, «ero io».
Nessuno, nella famiglia, era a conoscenza di questo scambio di identità. Sofia era nata un paio di anni dopo e la madre, morta da tre anni, non aveva mai detto niente. Almeno, non direttamente. David, infatti, aveva trovato i documenti di adozione tra le sue carte, dopo il funerale, e anche se non scese in particolari, non mi fu difficile ipotizzare che i suoi rapporti con la sorella avessero iniziato a deteriorarsi proprio a seguito di quella scoperta.
«Così, ha deciso di vendere l’identità di David», dissi.
«Non era mia», rispose lui con un’alzata di spalle.
Una volta scoperto di aver trascorso una vita di seconda mano, spiegò, l’aveva venduta e scambiata con un’altra. Ma anche quella, non gli era sembrata sua. Ovviamente. Così l’aveva migliorata quel tanto che gli era stato possibile, abbastanza da poterla vendere a un prezzo più alto, ed era passato alla successiva, cioè quella attuale, Harvey. E Harvey rappresentava una sfida, mi disse, perchè migliorare lo status economico e sociale di un meccanico non era cosa facile. Ma Harvey, che abitava quell’identità da un anno e mezzo, confidava di riuscirci entro i prossimi due anni.

Mentre lo ascoltavo, vidi in lui un uomo… felice? Non potevo esserne sicuro, perchè era da molto tempo che non vedevo la felicità. Eppure Harvey sembrava stare bene. Non aveva un’identità, ma sembrava aver trovato il modo di arrangiarsi: ne prendeva una malconcia, la rimetteva in sesto e la passava a qualcun altro in condizioni migliori di come l’aveva trovata. Poi ricominciava. Non sapevo se fosse un mestiere, una fissazione o una forma particolarmente elaborata di fuga, ma qualunque cosa fosse, sembrava funzionare.

«Rimane il problema dell’eredità», dissi, incerto sul da farsi. «Sofia ha bisogno della sua firma».
«Non voglio niente», rispose, asciutto.
«Può rinunciare, certo. Ma deve farlo per iscritto».
Harvey ci pensò appena, lo sguardo corrucciato. Poi abbassò le spalle e sospirò. «Mi faccia avere i documenti», disse infine.
Gli trasferii il modulo digitale che mi aveva fornito Sofia. David… ma ormai era Harvey… selezionò l’opzione di rinuncia e firmò con l’iride elettronica, poi me lo restituì. Era finita.

Gli chiesi se desiderava che dicessi a Sofia dove si trovasse. Harvey sorrise appena, un sorriso stanco che avevo visto molte volte sul mio volto, quando mi guardavo allo specchio. Era lo sguardo di chi ha smesso da tempo di sperare che le cose volgano al meglio.
Gli strinsi la mano e lo lasciai al suo lavoro e alle sue vite future. La mia, di vita, prevedeva un ufficio vuoto, un mazzo di debiti e una cliente che non vedeva l’ora di tenersi un’eredità tutta per sè.
Per un istante pensai che cambiare identità e lasciarsi alle spalle tutta la merda accumulata negli anni non fosse poi un’idea così malvagia. Ma dovevo ancora riscuotere i miei trenta oscar. E ormai conoscevo tutti i miei guai per nome. Non avevo voglia di impararne altri.



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