A volte succede di restarci sotto, con la vita. E con la scrittura. Che poi, a volte, sono la stessa cosa. Te ne stai sulla riva a gestire le tue cose, o almeno a provarci, e all’improvviso l’onda ti travolge. La cosa subdola è che non si tratta di uno tsunami: è invece un’onda lenta, che pian piano inizia a lambirti le caviglie, poi le ginocchia, poi il petto, ed è talmente dolce e lenta e costante che tu non ti accorgi di niente per giorni e settimane e mesi, finchè non hai l’acqua alla gola e ti chiedi come diavolo sia potuto succedere di aver perso di vista dove sei e cosa stai facendo.

Non è la prima volta che mi succede, a dire il vero. Anzi, posso dire in tutta onestà di essere ormai abbastanza bravo a non ingoiare acqua di mare, quando finisco sotto le onde. Ciò non toglie che dovrei essere un po’ più presente a me stesso, quando scrivo, e non lasciare che la vita mi sommerga come una vecchia bottiglia abbandonata sulla spiaggia. Ma è la natura delle bottiglie abbandonate sulla spiaggia, a ben vedere, giusto? Si riempiono di un sacco di cose e poi le riversano fuori, senza preoccuparsi dell’etichetta che si scolla o – Dio non voglia! – di potersi rompere mentre sbattono tra le pietre. Ecco, io non voglio rompermi, e ciononostante continuo a farmi sommergere e a riempirmi e a svuotarmi. Non solo perché è la mia natura (sarebbe una scusa bella e buona), ma anche perchè è una mia scelta.

E qui entra in gioco quella piccola (o grande) componente di masochismo che condividono più o meno tutti i creativi, quella vocazione al sacrificio nei confronti di ciò che ancora non esiste che, dall’esterno, viene sempre vista come una malattia mentale più o meno marcata. E non è del tutto sbagliato, in effetti. Perché passi mesi, forse anni, a versare sudore e sangue su persone e luoghi che abitano solo nella tua testa, e magari (anzi, senza magari) trascuri le persone e i luoghi che invece abitano fuori dalla tua testa e quel sacrificio non sarà mai ripagato del tutto, non potrà mai esserlo, lo sai, e resti in mezzo a due mondi che sono ugualmente reali, per te, e non riesci a stabilire quale dei due lo sia di più. E alla fine, immancabile, arriva l’onda a travolgerti e sei di nuovo punto e a capo, a boccheggiare in cerca di aria e a pensare che in ogni caso non potresti fare diversamente da come già fai, perché la cruda verità è una e una sola: scrivere è molto meno faticoso che non farlo. Costi quel che costi.


L’altro lato dell’onda

Quando scrivi non sei mai il solo a giudicare te stesso.

Negli ultimi mesi ho scritto più parole di quante ne abbia mai scritto in vita mia. È stata una febbre senza possibilità di cura, che ho alimentato in ogni modo e momento possibile. Ho scritto durante le pause pranzo, ho scritto sul cesso, ho scritto a letto e ho rubato ore di sonno per strappare dalla tastiera più di ottantamila parole di romanzo. Lavorando sui turni in fabbrica, gestendo un bambino di due anni e mezzo insieme a mia moglie e cercando di barcamenarmi nell’arena sanguinosa delle richieste di mutuo per comprare casa, scrivere tutti i giorni è diventata al tempo stesso una sfida senza speranza e un’esigenza fisiologica. Sfida ed esigenza dalle quali non mi sono ancora liberato, beninteso (non si può mai), ma che oggi ha segnato il primo vero punto importante alla fine di un capoverso.

Cuore di Robot, il primo volume del ciclo di OFF, è infatti finalmente terminato. L’ho revisionato un paio di volte e ora è in lettura presso un gruppo di beta reader che mi aiuteranno a limarlo ulteriormente. È la parte più difficile del processo di scrittura perché, improvvisamente, il romanzo non appartiene più soltanto a me. E perché devo starmene in disparte e aspettare, mentre invece vorrei prendere il lettore, scuoterlo per il bavero e urlargli: «Allora, lo hai finito?! Cosa funziona e cosa invece ti fa schifo? Rispondimi, maledizione!». È una verità di cui un po’ mi vergogno, perché mi fa apparire come un sociopatico, ma tant’è. Gli scrittori sono tutti un po’ sociopatici, anche se non è glamour ammetterlo. Quei mesi e quegli anni passati tra luoghi e persone che vivono solo nella tua testa hanno un costo, è ovvio. E il costo è quello di non essere più abituato ad avere a che fare con persone e luoghi che agiscono secondo il mio volere, ma di essere a mia volta un personaggio che deve sottostare alle regole di un gioco altrui. Così, controvoglia, me ne devo stare in un angolo a mangiucchiarmi le unghie. E a scrivere il secondo romanzo e ad ampliare a dismisura gli appunti di un universo narrativo che va sempre più in profondità (ma questa è un’altra storia, che vi racconterò tra qualche tempo).

Perciò, eccoci qui. Io da questa parte dello schermo, ai blocchi di partenza, in attesa di poter fare lo scatto finale prima della pubblicazione. E voi, dalla vostra parte, a leggere gli sproloqui di uno scrittore emergente che dopo quasi vent’anni di false partenze e quintali di appunti, può finalmente dirvi che stavolta partiamo davvero, non è una finta, tutti in carrozza.


Atlantia è bellissima, in autunno

Anche un detective accusato di infanticidio ha diritto a rilassarsi un po’.

Se tutto va come deve, Cuore di Robot verrà pubblicato a ottobre 2026, sia in formato digitale che cartaceo. Niente librerie fisiche, nei miei piani: non voglio pagare per un servizio di distribuzione che non posso permettermi e che oltretutto, con ogni probabilità, finirebbe per lasciare il libro a prendere polvere su uno scaffale (sempre che sullo scaffale ci arrivi, invece di essere solo ordinabile dalle librerie come accade nella maggior parte dei casi). Amazon e Kobo saranno le uniche piattaforme di vendita e così è, se vi pare.

Non metterò nemmeno in piedi chissà quale campagna marketing sui social, come vedo invece fare a tanti colleghi autopubblicati. Non per snobismo, né perché pensi che il marketing sia inutile — ci ho perfino lavorato, per anni — ma perché non riesco a promuovere qualcosa di mio senza avere la sensazione di sembrare un venditore di pentole. Preferisco fare, finalmente, l’unica cosa che credo mi riesca discretamente bene: scrivere. E fare un po’ di promozione senza troppo impegno, affidandomi al passaparola. Non è la “strategia vincente”, lo so, ma è proprio questo, il punto: non voglio adottare una strategia, massimizzare le vendite, sentirmi un autore “arrivato”. Voglio che il romanzo esca, ne ho bisogno, e basta. Poi, che faccia la sua strada, lunga o corta che sia. Magari verrà letto da dieci persone, magari da mille, magari nemmeno dai miei parenti più stretti, chi può dirlo? Alla fine è questo il patto silenzioso che ogni scrittore firma con sé stesso quando decide di pubblicare: smettere di controllare la storia e lasciarla andare per i cavoli suoi, a prendere sberle a destra e a manca, a sbagliare ma, con un po’ di fortuna, a risultare abbastanza simpatica da convincere qualcuno a passarci qualche sera insieme. Risultato migliore, un padre non potrebbe proprio sperarlo.

Nel frattempo, tossisco un paio di volte, sputo fuori l’acqua di mare, mi guardo intorno e scopro che la riva è ancora lì. Scopro anche che sono passati mesi dall’ultima volta che ho scritto qualcosa su questo blog o che ho passato una serata con un amico e che, mentre ero impegnato a fare a pugni con le onde, dall’altra parte dello schermo (o di un telefono) c’era qualcuno che ogni tanto passava a vedere se fossi ancora vivo.
E anche se non sembra, sì, sono ancora vivo. Un po’ ammaccato, con la pelle raggrinzita e con un romanzo finalmente terminato sotto il braccio. Non fate caso alle alghe che ho tra i capelli, alla faccia sfatta e all’odore di pesce. Non sono un cadavere, lo giuro. Non ancora, almeno.

Sedetevi allora accanto a me, qui sulla spiaggia, perché ho ancora molte cose da raccontarvi. Non solo romanzi, ma anche racconti e altre pagine di questo mio strano “diario” digitale che sembra sempre più la cronaca a puntate di un naufragio. O, a ben vedere, l’unica strategia di marketing davvero coerente che mi sento di mettere in campo. In entrambi i casi, sono frammenti di nave che galleggiano sull’acqua e per recuperarli ci sarà bisogno di molta pazienza, non ve lo nascondo. Perché c’è una cosa che, dopo anni, posso finalmente ammettere con me stesso e, soprattutto, ammettere con voi.

L’onda torna. Sempre.

Prima o poi arriva, mi passa sopra la testa, mi riempie la bocca di sale e, sballottandomi di qua e di là, mi fa sparire sotto la superficie. Una volta riemerso, posso vedere quello che ho perso in mezzo alle onde e quello che, nel frattempo, sono riuscito a portare a riva. E il bilancio non torna quasi mai (anzi, togliamo pure il quasi), ma è l’unico bilancio che ho, l’unica giustificazione al mio rimanerci sotto, con la vita. E con la scrittura. Che sono la stessa cosa, in fondo.
A volte sparirò di nuovo sotto le onde, inutile far finta che non succederà, ma cercherò di riemergere un po’ prima, la prossima volta. E per ripagare la vostra infinita pazienza, magari mi spruzzerò un po’ di deodorante sotto le ascelle, promesso.



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