Quasi tutti gli universi narrativi crescono allo stesso modo: si parte da un primo romanzo, poi ne arriva un secondo ad ampliare la prospettiva, quindi un terzo e così via. Magari, nel frattempo, spunta anche un prequel. Poi ci si sposta in un altro continente, in un’altra epoca o dall’altra parte della galassia, con nuovi protagonisti e nuove storie. L’albero che va formandosi si arricchisce di rami, foglie e fiori; gli uccellini vanno a farci il nido, qualcuno ci appende un’altalena e, se tutto va bene, decine di lettori passeranno anni sotto le sue fronde a litigare su quale foglia sia canonica e quale no.
Il fatto è che funziona. Ha sempre funzionato e non starò certo qui a raccontarvi che l’albero che ho piantato io sfugga alle stesse regole, perché sarebbe una panzana bella e buona. E sarebbe anche ingiusto nei suoi confronti: forse non sarà una di quelle querce secolari che sfidano il cielo con la loro innaturale maestosità, ma credo sia comunque un bel posto sotto il quale sedersi all’ombra, ad ammirarne le foglie, i fiori e gli uccellini. Persino i lettori che litigano, perché no?
La verità è che questo è un albero un po’ strano. Parecchio strano, a dirla tutta, ma non si vede da qui. Da qui possiamo solo vedere quanto è alto e bello. Quello che vedrebbe chiunque, insomma.
Quante foglie, che hai!

L’universo narrativo che sto costruendo è composto da diciotto romanzi, suddivisi in quattro cicli e due opere autoconclusive. Non è una singola storia trascinata per diciotto volumi, né una lunga fila di libri che richieda al lettore di presentarsi munito di blocco per gli appunti, cronologia illustrata e certificato medico di sana e robusta costituzione. Ogni ciclo ha protagonisti, ambientazioni, atmosfere e generi propri: si passa dal noir fantascientifico al western post apocalittico, dal cyber fantasy alla space opera, con due thriller metafisici piazzati lungo il percorso a dare un po’ di pepe al tutto.
Ciascun ciclo racconta una vicenda completa e possiede un proprio finale. Può quindi essere letto autonomamente, senza conoscere gli altri romanzi e senza perdere passaggi indispensabili alla comprensione della trama. I collegamenti esistono, naturalmente, e con il tempo diventano sempre più numerosi e profondi, ma non sono pedaggi da pagare per poter entrare. Sono piuttosto ricompense per chi decide di trattenersi più a lungo e osservare lo stesso mosaico da angolazioni diverse, accorgendosi che una figura intravista in un libro apparteneva, in realtà, a un disegno molto più grande.
L’idea alla base è permettere al lettore di entrare dalla porta che preferisce. Chi ama le indagini e sa che le cose troppo perfette non possono durare potrà iniziare da OFF; chi preferisce cavalcare tra rovine radioattive imbracciando un fucile potrà scegliere SANDBOX; chi si sente maggiormente a proprio agio tra magie, spade ed epiche ricerche troverà casa in DREAMFALL; chi, infine, ritiene che qualsiasi problema si possa risolvere con l’aggiunta di astronavi, pirati e balene cosmiche potrà imbarcarsi con STARFATE. In mezzo, IO SONO LA FINE e SNOWHERE sono due romanzi autoconclusivi che restringono lo spazio, alzano la pressione e collegano parti dell’universo che possono sembrare molto lontane.
OFF
5 romanzi • noir

John Hoffman esce di prigione dopo aver scontato dieci anni per l’omicidio del figlio neonato. Odia Atlantia, una città utopica in cui tutto sembra funzionare per il meglio, ma è costretto a collaborare con la polizia distrettuale per risolvere una serie di omicidi inspiegabili, finendo per avvicinarsi sempre di più al cuore della metropoli e ai segreti sui quali è stata edificata.
Extra: Racconti della città
SANDBOX
3 romanzi • western

Ash Curtain e la fedele Maggie vagano in una terra devastata dall’olocausto nucleare cercando l’ingresso dell’Inferno, un luogo in cui sperano di poter parlare con i morti di due secoli prima. Sulle loro tracce, però, c’è un misterioso pistolero che sembra anticipare ogni loro mossa e che potrebbe avere un obiettivo molto diverso dal loro.
Extra: Racconti della frontiera
IO SONO LA FINE
autoconclusivo • thriller

Un condannato a morte riceve un’ultima possibilità di salvezza: innestarsi un dispositivo nel cervello e indagare su una serie di inspiegabili sparizioni che sembrano cancellare luoghi e persone dalla realtà stessa, come se non fossero mai esistiti. Mentre la missione lo conduce sempre più lontano tra le pieghe dello spazio e del tempo, Viktor è braccato da un dio in putrefazione e dai suoi strani figli.
Extra: Racconti del buio
DREAMFALL
3 romanzi • cyberfantasy

Eric e lo stregone Defreson vivono nel continente di Omnigrad. Sanno di essere morti da secoli e di abitare una gigantesca simulazione fantasy, ma questo non rende meno reale il pericolo che incombe sul loro mondo. Quando un misterioso Bianco inizia a cancellare città, persone e ricordi, il ragazzo dovrà trovare il modo di completare da solo il suo addestramento da Cavaliere Inkas e tentare di salvare la realtà.
Extra: Racconti del sogno
STARFATE
5 romanzi • space opera

La ciurma di Lee John, Murphy, Zero e altri gaglioffi solca i mari della Galassia a bordo dell’Insalata di Pollo. La missione: trovare traccia di una civiltà di un’altra dimensione e ricondurre il cucciolo alla sua specie. Ma cospirazioni, piogge di asteroidi e la balena più incazzata della Storia mettono a dura prova una squadra già sgangherata di suo.
Extra: Racconti della galassia
SNOWHERE
autoconclusivo • thriller

Una cittadina-condominio in Alaska, negli anni ’50, è funestata dal ritrovamento di un cadavere senza volto, che però è anche assurdamente vivo e vegeto. Penelope Gunsmoke, sceriffo della polizia locale, si affida a un agente dell’FBI per risolvere il caso, mentre dalla strana nebbia bianca che assedia la città iniziano a uscire mostri e altre creature impossibili.
Extra: Racconti del buio
Arrivato fin qui, credo che un lettore normale si alzerebbe, si stiracchierebbe e tornerebbe a casa soddisfatto. Del resto è proprio per questo che ci si siede sotto un albero: per godersi un po’ d’ombra, osservare i rami, le foglie, i fiori e, con un po’ di fortuna, raccogliere qualche bella storia. E, da lettore normale, avrebbe perfettamente ragione. Il problema è che io non sono mai stato un lettore normale.
Quando mi trovo davanti a un albero, dopo un po’ finisco inevitabilmente per abbassare lo sguardo. Inizio a seguire il tronco, giù e giù, osservandone le rughe, le cicatrici, i rametti spezzati e i germogli che, timidamente, sembrano promettere nuovi rami. Continuo a scendere fino al punto in cui il muschio prende il sopravvento sulla corteccia e in cui il tronco scompare nel terreno. Lì sotto, almeno in teoria, non dovrebbe più esserci niente da vedere. È il momento in cui chiunque si fermerebbe.
Io, invece, tirerei fuori una pala.
Temo che, da questo momento in poi, il nostro pic-nic diventerà un po’ meno bucolico. Se preferite restare all’ombra delle fronde, questo è probabilmente il momento giusto per salutarci. Se invece avete voglia di sporcarvi un po’ le mani, seguitemi. Ho una confessione da farvi.
Diagnosi: worldbuilding cronico

Le radici non sono un bel posto in cui andare in vacanza. Stanno al buio, immerse nella terra e nel fango, sepolte vive, e si intrecciano, si abbracciano e si strangolano in una guerra solo all’apparenza statica. Intorno a loro proliferano insetti, muffe, funghi e un odore di marcio che non comparirebbe mai in nessun depliant turistico. Eppure è proprio lì che succede la magia, l’unica magia nella quale credo davvero quando si parla di scrittura. È una magia poco elegante, per nulla poetica e discretamente sporca, ma possiede una caratteristica straordinaria: basta spostare una radice di pochi centimetri perché, qualche metro più in alto, cambi la forma dell’intero albero.
Quando ho iniziato a costruire l’universo dei miei romanzi, ho iniziato a lavorare proprio così. Certo, aggiungevo città, personaggi e nuove storie, come fanno tutti. Ma ogni volta che qualcosa nasceva in superficie, sentivo il bisogno di chiedermi da dove arrivasse. Non mi bastava sapere che una città esistesse: volevo capire perché fosse nata proprio lì. Chi l’avesse fondata. Chi la governasse. Quali giornali leggessero i suoi abitanti, cosa mangiassero, a quale gioco di carte giocassero la sera nei bar e quali aziende dominassero il mercato. Volevo sapere quali guerre avessero cambiato la politica di quel Paese, quali scoperte scientifiche ne avessero trasformato la società e perfino perché un personaggio, entrando in un negozio, trovasse una bibita al limone invece che all’arancia.
A questo punto potreste avere l’impressione che io pretenda di aver inventato l’acqua calda, e non avreste del tutto torto. Gli scrittori costruiscono i loro mondi così da sempre. Dietro ogni saga esistono montagne di appunti, mappe, cronologie e annotazioni che il lettore non vedrà mai. È così che un universo narrativo acquista spessore, e non ho alcuna intenzione di fingere di aver scoperto un segreto custodito dagli antichi Egizi.
Il problema è che mi sono accorto che continuavo a scavare anche quando non ce n’era più alcun bisogno, ai fini della trama. Ogni nuova risposta produceva nuove domande. Ogni radice che riportavo alla luce ne nascondeva altre, tutte con una storia da raccontare. Quando era uscito quel film? Perché il simbolo di quella multinazionale era blu? Chi aveva scritto il thriller abbandonato su quella panchina? Più trovavo risposte, più il terreno suggeriva nuovi punti in cui scavare.
A un certo punto ho smesso perfino di accorgermene. Mi ritrovavo a dare un nome a ogni membro del consiglio di un’azienda produttrice di chewing-gum e mi sembrava perfettamente normale. A scrivere un inseguimento e interrompere tutto per capire quale mestiere facesse il padre del tizio inseguito, oppure quale legge, trent’anni prima, avesse modificato la viabilità del centro storico. Ho passato serate a ricostruire discografie di gruppi musicali inesistenti, mazzi e regolamenti di giochi di carte e manovre finanziarie di Paesi che probabilmente nessun protagonista visiterà mai. E continuo a passare serate del genere ancora adesso, senza alcun ritegno.
È una quantità di lavoro spropositata e del tutto inutile. La parte razionale del mio cervello continua a ripetermi che sarebbe sufficiente un decimo di tutto questo. L’altra parte, quella che evidentemente prende le decisioni importanti e se ne fotte di cosa penso, continua invece a rispondere: «Sì, ma adesso dimmi come si chiama la mascotte di quei cereali, presto!». Ogni tanto mi viene il sospetto che tutto questo sia un campanello d’allarme sulla mia salute mentale. Poi faccio spallucce e riprendo la pala.

Il fatto è che, più scavo, più quel mondo smette di comportarsi soltanto come un’ambientazione e inizia (quasi) a vivere di vita propria. Non devo (quasi) più inventare nulla, ma limitarmi ad annotare come interagiscono le radici e dove conducono, in un intrico di trame e dettagli che, se va bene, il lettore vedrà solo in minima parte nei romanzi. E comunque solo con la coda dell’occhio. Perché affinché un mondo risulti credibile, è necessario che non senta il bisogno di spiegarsi. Un alieno che leggesse un nostro romanzo probabilmente non troverebbe spiegato che cos’è un cellulare o cosa significhi “darsi un cinque”. Lo capirebbe dal contesto, ed è esattamente l’effetto che cerco, lasciando intatto il fascino dei sottintesi di una cultura con non si conosce. Ma quella cultura deve comunque esistere davvero, dietro le quinte. Non si può bluffare.
O almeno, io non posso bluffare.
Così, continuo a scavare.
Ed è proprio continuando a scavare che mi sono accorto di un’altra cosa. Ogni volta che modifico una di quelle minuscole radici, oppure ne scopro una nuova, qualcosa cambia anche lassù, tra le fronde dell’albero. L’ingrediente di un dolce finisce per modificare la natura di una guerra. Il colore di un marchio cambia la spiritualità di un gruppo etnico. Una tesi universitaria cambia il sesso di un protagonista. Basta spostare una radice di pochi centimetri perché cambi la forma di un ramo, e quindi dell’intero albero. Se non è magia, questa!
È stato allora che ho capito di non stare più costruendo soltanto un universo narrativo. Stavo scoprendo una storia nella storia, nascosta sotto quella principale, capace di vivere per conto proprio e, allo stesso tempo, di influenzare continuamente ciò che accade in superficie. Stavo scoprendo che sotto una storia orizzontale, quella dei romanzi, se ne nascondeva un’altra.
Una storia verticale.
Un Verticalverse.
L’universo non ricorda. Trama

All’inizio, i miei erano piccoli scavi, usati come promemoria scritti su quaderni, bloc-notes e fogli volanti: una data da non dimenticare, un cognome, una marca di sigarette. Appunti per non perdere coerenza tra un romanzo e l’altro. Ma quando le radici hanno cominciato a moltiplicarsi e ad aggrovigliarsi attorno a tutto il mio corpo, a stringere nei punti sbagliati come amanti indesiderati e a togliermi il respiro, ho capito che, se volevo davvero uscirne, era arrivato il momento di fare finalmente l’unica cosa ragionevole.
Scrivere un’enciclopedia.
Il problema era che trovare un appunto, sulla mia scrivania (o sul pc, o attaccato al figro con una calamita o in fondo alla tasca di una giacca), richiedeva ormai più tempo che riscriverlo di sana pianta. Così, ho abbandonato il mio caro quintale di carta scarabocchiata e ho trascritto tutto in digitale, in modo da avere la possibilità di collegare ogni radice a un’altra con un semplice clic. E di ritrovare quel dettaglio insignificante, scritto sei mesi prima, in pochi istanti. E di scrivere i romanzi più velocemente. E anche meglio, perché no?
Com’è ovvio, sono molto bravo a razionalizzare le mie patologie. E così, ad oggi l’enciclopedia di cui sopra conta circa settecento voci tra personaggi, luoghi, eventi, leggi, religioni e marchi registrati. Ma raddoppieranno sicuramente e, se continuo a non prendere le pillole, triplicheranno quasi per certo. Perché col tempo mi sono accorto che non la consulto più soltanto per cercare una risposta. Sempre più spesso la apro e mi ci perdo dentro, toccando tutto, spostando e aprendo nuovi passaggi tra le vecchie radici. Una voce rimanda a un’altra, che suggerisce un nuovo dettaglio per un personaggio, il quale finisce per cambiare la struttura di un romanzo e per richiedere altre decine di voci di approfondimento. L’enciclopedia ha smesso di essere un archivio (posto che lo sia mai stata, se non nelle mie pie illusioni), ma continua silenziosamente a intrecciare radici.
Col tempo, alcune di quelle radici hanno iniziato ad affiorare. Sotto forma di racconti, perlopiù, ambientati negli angoli più remoti del Verticalverse che i romanzi sfiorano appena. Ma anche con le fattezze di pseudobiblion, cioè libri scritti come se fossero davvero sugli scaffali delle librerie di Atlantia, di Omnigrad o della Galassia e che invece io ho scritto davvero (e che un giorno pubblicherò come materiale promozionale, perché magari sono matto, ma non fesso). Per non parlare degli Specchi, un gioco di carte completo di storia, regolamento e strategia, che nei romanzi compare quasi sempre di sfuggita ma che, nato ormai più di quindici anni fa, è quasi pronto per essere distribuito.
La maggior parte dell’enciclopedia, però, resterà probabilmente invisibile. Non voglio che il lettore debba conoscere il catalogo di una casa editrice o la cronologia di una guerra per comprendere un romanzo. Mi interessa, piuttosto, che abbia la sensazione che quel mondo continui a esistere anche quando il protagonista esce di scena. Se questa impressione arriverà anche solo per un istante, allora tutte quelle ore passate a scavare saranno servite a qualcosa.
Pubblicarla in forma completa, poi, sarebbe una faticaccia. Oltre che inutile. Perchè, con ogni probabilità, passerò il resto della mia vita a scavare e a grufolare nel terreno in cerca di radici, muffe e scarafaggi, e a portare in superficie qualcuno dei miei “tesori”, di tanto in tanto, per mostrarveli. Ma dubito che raggiungerò mai qualcosa che si avvicini a una “forma completa”, una mappa definitiva di questa storia verticale. E forse, è anche giusto così.
Come è anche giusto che decidiate di fermarvi a guardare l’albero e non sentiate alcuna necessità di prendere la pala che ho appoggiato lì, per voi. Del resto, sedersi sull’erba e lasciarsi accarezzare dalla brezza mentre si ammirano le fronde è il modo migliore per godersi un albero.
Di sicuro, è il più sano.


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