Non so esattamente cosa dovrei provare, arrivato fin qui. In questi casi, presumo sia d’obbligo una certa commozione. Del resto, tengo in mano il mio primo romanzo, finalmente concreto e non più solo un’idea astratta. Dovrei accarezzarne la copertina, annusarne le pagine (tra noi lettori c’è un certo feticismo diffuso circa questa pratica) e ripensare a tutta la strada percorsa per arrivare a questo momento. Una strada lunga quasi vent’anni.
E invece. Invece lo guardo come un padre che scruta il proprio figlio adolescente in cerca di segni rivelatori che abbia bevuto o si sia drogato. Qualcosa che rischi di farmi fare una figuraccia con i vicini, capite? E allora controllo che i margini della copertina siano stati stampati bene, che il colore della carta sia quello giusto e che, sfogliandolo a caso, non salti fuori un maledetto refuso o una pagina mancante. La qual cosa, naturalmente, offusca un po’ la soddisfazione di averlo finalmente tra le mani e di aver raggiunto un primo risultato di cui vado comunque fiero. E finisce per farmi sentire un coglione. A un certo punto, credo che tutti i padri si sentano inevitabilmente dei coglioni. Forse dovrei semplicemente smettere di cercare qualcosa che non va e godermi il momento.
Ma vent’anni sono tanti ed è difficile scrollarseli di dosso per goderselo, il momento. Non li ho passati tutti a scrivere questa storia, com’è ovvio. Ho scritto altre cose, girato film, cambiato lavoro e rivoluzionato la mia vita. E ho fatto anche altre cose meno importanti, tipo mangiare troppi cibi salati, togliermi le mutande da in mezzo le chiappe e poltrire ogni volta che ho potuto. Ma “Cuore di robot” era sempre lì. Anche quando non aveva ancora questo titolo ed era una storia molto più piccola, nata da un sogno che, con buona pace del mio orgoglio, non feci nemmeno io, ma mi fu regalato da un caro amico.
Negli anni ho riscritto, eliminato e aggiunto una quantità enorme di personaggi, luoghi e vicende. E intanto invecchiavo, con la speranza di diventare più metodico e in grado, finalmente, di scrivere un racconto coerente dall’inizio alla fine. Un racconto che ha iniziato a camminare con le proprie gambe solo quando sono diventato padre e che ha iniziato a coagularsi nella forma attuale una notte in cui, tenendo mio figlio neonato addormentato in grembo, ho iniziato a scrivere di un altro neonato, di una strada buia e di una pistola.
Ora quel racconto ha una forma, un peso, un odore. È qui, davanti a me, e dopo averlo tenuto nella mia testa per vent’anni, devo abituarmi all’idea che non sia più soltanto mio. Continuerò a cercare tracce di alcol o droga quando tornerà a casa tardi la sera, naturalmente, ma cercherò di non perderci il sonno. A una prossima lettura, incapperò di certo in una frase che mi farà vergognare profondamente di me stesso e che mi farà desiderare di rintracciare tutte le copie in circolazione e mangiarmele. Del resto, il tuo bambino resta il tuo bambino anche quando se ne va di casa. Così, almeno per il momento, devo lasciar andare John e Kintsugi e Rose e tutti gli altri personaggi che mi hanno tenuto compagnia per così tanto tempo. E anche tutta la città di Atlantia, se riesce a passare dalla porta. Tornerò a scrivere di loro relativamente presto, ma adesso, per un po’, li lascio a voi. Ho riscritto e nutrito queste persone di carta e inchiostro e questi luoghi in times new roman per vent’anni. Ora, come si suol dire, sono cazzi vostri.


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