Questa volta, quando il programma gli chiede se voglia continuare con un’esperienza più profonda, John risponde di sì. È un biglietto di sola andata per l’inferno, ma ormai non ha più nulla da perdere.
Sono passate due settimane e ancora sente le urla di sua moglie nelle orecchie. Nel buio che si crea quando chiude gli occhi, può vedere il film della sua corsa dalla camera da letto alla cucina: una corsa resa traballante dal terrore e dai muscoli intorpiditi, annaspando come se stesse nuotando nella gelatina. Di quella corsa, può contare ogni interminabile secondo. Ogni interminabile respiro. E anche se sa come il film vada a finire, ogni volta riapre gli occhi con le gambe molli come un biscotto inzuppato e lo stomaco rivoltato su per l’esofago. Bere non serve a niente. E nemmeno iniettarsi qualcosa in vena, ha scoperto. Può funzionare per qualche tempo, poi l’enormità di quello che è accaduto torna a bussargli sulla spalla, costringendolo a guardare di nuovo quel povero corpicino steso sul pavimento. Ancora. E ancora.

Inserisce il proprio codice bancario per avviare la transazione. Certo si paga caro, questo servizio!, pensa distrattamente, pur sapendo che sarebbe disposto a spendere una cifra ben più alta, se fosse necessario. Le due settimane precedenti hanno visto crollare ogni mattone della sua esistenza, uno dopo l’altro, in una frana che ha coinvolto tutto ciò che lo riguarda. Karen se n’è andata, non potendo più stare con qualcuno che nemmeno ci prova, a rimettere insieme i cocci; il lavoro è semplicemente scivolato sullo sfondo, ombra tra le ombre, e anche quello se n’è andato a puttane; poi sono arrivate le sostanze, che lo hanno debilitato nel fisico e nella mente, e infine l’assoluta apatia che precede il desiderio di spegnersi.

È incredibile come la vita di un uomo, a vederla dal di fuori, possa andare in pezzi in così poco tempo. Ma dall’altra parte della staccionata, nel fango e nella nebbia delle proprie emozioni, John ha constatato che a volte un giorno può durare anni. E che in quegli anni si formano crepe minuscole, una dopo l’altra, fino a creare una ragnatela così estesa che basta un tocco per sbriciolare tutto quanto.
E le sue crepe, le sue cicatrici, non sono forse autoinflitte? In larga parte, certo che sì. Come capita a tutti. Proprio per questo, società come la Memento prosperano. La gente letteralmente supplica per poter rivivere i bei momenti con i propri cari, specialmente quelli defunti. Ed è disposta a sborsare fior fior di quattrini per potersi scavare solchi profondi nella carne. Per poter annegare nel vasto mare agrodolce dei ricordi olografici. John non fa eccezione.

Si è quasi consumato gli occhi a forza di guardare dieci, cento, mille volte sé stesso dare il biberon a Timmy, in piena notte, mentre Karen dorme; Timmy che ride guardando accendersi e spegnersi la luce di una lampadina; Timmy che si afferra i piedini e apre la bocca sdentata in una “o” di meraviglia; Timmy che dorme tra le sue braccia, formulando gorgheggi sommessi; Timmy che ha le mani simili alle sue, e apre e chiude le dita scoprendo di essere lui stesso a controllare quel movimento; Timmy che tenta con impegno di parlare, producendo versi e urletti incomprensibili ma dolci come una caramella.
Non ha mai guardato il giorno in cui Timmy è caduto dal fasciatoio. Non ne ha avuto il coraggio. Si è anzi tenuto alla larga da tutti i ricordi del cambio del pannolino, temendo di incappare per errore in quel.

La sua personale maratona autolesionista è stata inframmezzata da messaggi discreti, ma insistenti, che gli comunicavano la possibilità di accedere al servizio plus. Spendendo una cifra ragguardevole, una tantum, il software può generare immagini di una possibile vita futura del bambino, basata su calcoli complicati che coinvolgono la genetica dei genitori, le proiezioni probabilistiche dei fattori sociali ed economici in cui Timmy sarebbe vissuto, e mille altri parametri che riducono al 5% il margine di errore sulla previsione. In pratica, una finestra sulla vita che è stata negata a suo figlio; la promessa che le cicatrici che John sta minuziosamente incidendo sulla propria anima da diverso tempo si trasformeranno in un buco nero senza fondo.

John termina l’operazione di pagamento e attende l’elaborazione del programma. Ha speso tutto ciò che ha e in un ultimo, breve istante di lucidità, si domanda che diavolo sta facendo. Poi, la scatola olografica posizionata davanti al divano inizia a proiettare una serie di immagini, diafane come un sogno e soavi come veleno. E John se le beve con gli occhi. Le ingoia tutte d’un fiato.

Karen non urla, quel giorno. Anzi, viene a svegliarlo con Timmy in braccio. Timmy che si rigira un pacchetto luccicante tra le mani, succhiandone avidamente gli angoli. Il suo regalo di compleanno. Una tazza, di quelle con su scritto “Il miglior papà del mondo”. Con tanti saluti al concetto virile secondo cui gli uomini non piangono.
Bacia la fronte del bambino e il cranio non scricchiola come un guscio d’uovo che sta per rompersi. Sul pavimento non c’è sangue, così come non ce n’é sulle sue mani, dopo averlo sollevato. Grazie al cielo.

La prima parola di Timmy. Non “mamma”, e nemmeno “papà”, ma un bel “ciao!”, detto con forza, come se volesse liberarsene dopo averla tenuta in gola per tutti quei mesi. Poi Timmy che cammina, incerto sulle gambe lungo il corridoio di casa, la manina poggiata al muro.
Mentre quella camminata si fa via via più sicura, Timmy cresce davanti ai suoi occhi ed è in salotto, ora, a scartare i regali del suo primo Natale. Karen alza gli occhi al cielo fingendo un’esasperazione che in realtà non prova, perché John sta di nuovo piangendo di gioia. Gli occhi di Timmy brillano di eccitazione e sono partecipi. E vivi, soprattutto.

Timmy è insieme ad altri bambini, adesso. Dicono stupidaggini pensando di essere già grandi, commentando l’ultima puntata del cartone animato che va di moda in quel momento. John li ascolta dalla cucina mentre aiuta Karen a preparare loro la merenda. Lei gli si appoggia, spalla a spalla, e John si sente fortunato, ad averla ancora al suo fianco. È dolce invecchiare con lei, mentre Timmy cresce e inizia a sviluppare i propri interessi. A diventare una persona a tutti gli effetti.

In un balzo in avanti da capogiro, John insegna a Timmy a farsi la barba e ad annodare la cravatta. Alza la voce perché quella dannata musica, sempre che di musica si voglia parlare, gli sta trapanando le orecchie. E sarebbe anche ora di iniziare a pensare a quale scuola frequentare, dopo il liceo. Ci sono diversi litigi, con Timmy adolescente, ma John li guarda tutti con il sorriso sulle labbra. Suo figlio è un rompicoglioni irriconoscente, ma è bello vederlo avere quindici anni, e poi diciotto e sorprenderlo ubriaco per la prima volta. È bello far finta di credere alle sue frottole, perché è giusto che i ragazzi si ribellino ai genitori e che siano convinti di sapere tutto. È bello credere che da qualche parte, in uno spazio e in un tempo dell’altrove, quella vita ci sia stata.

Timmy si è innamorato, ora, e subito dopo ha il cuore spezzato. Karen lo consola come solo una madre sa fare, poi Timmy va all’università e il suo bell’aspetto gli fa vivere molte avventure romantiche. John è felice che il suo bambino, nonostante tutto, non si approfitti mai di nessuno e cerchi di essere sempre onesto. Si laurea un po’ più tardi del previsto e diventa insegnante. John non potrebbe essere più fiero.

Timmy porta a casa una ragazza, quella definitiva. La sposa nel giro di tre anni e Karen finalmente si mette il cuore in pace: è quella giusta per il suo cucciolo. Alle nozze, John e sua moglie ballano tutta la notte, non lo avevano mai fatto, e il John che sta guardando tutto questo non si accorge di stare piangendo a dirotto e ridendo al tempo stesso.

I nipotini, due, sono dei fagottini che Timmy mette in braccio a John e a Karen nella stessa cucina che lo ha visto mangiare le sue prime pappette. Liam, il più piccolo, prende il dito di John e lo succhia beato. Stavolta è Karen a piangere, bontà sua.

Le immagini scorrono ancora, srotolando anni di vita illusoria. Sul divano, John guarda ogni scena e continua a sorridere, ma i suoi occhi sono vitrei. L’ultima dose che si è sparato nel braccio è stata bella tosta e John se ne sta andando. Sente di volare via come un palloncino, leggero e gonfio, mentre pensa che è un sollievo spogliarsi finalmente di tutto questo dolore. Sciogliersi come la neve nell’acqua.

I John e Karen olografici, al centro del salotto, si cingono la vita a vicenda mentre, nel giardino della casa di Timmy, festeggiano i loro trent’anni di matrimonio circondati dalla famiglia. John sente che gli occhi gli si stanno chiudendo. Intanto l’altro John, quello di un futuro che non avverrà mai, muore d’infarto nel suo letto, pacificamente. Al funerale c’è un sacco di gente e Timmy si attarda, da solo, davanti alla lapide. Ci ha fatto incidere sopra la scritta “Il miglior papà del mondo”, come sulla tazza di cinquant’anni prima.

Timmy è ormai un uomo di mezza età. Assomiglia a John in maniera incredibile, anche se il portamento aggraziato e gli occhi sono di Karen. Si reca tutte le settimane al cimitero e poggia una mano sulla lapide del padre, sorridendo. John non riesce più a riaprire gli occhi, ma il suo cuore è aperto come non mai. Dietro le palpebre abbassate, il suo ultimo pensiero è per il suo bambino. Il suo bambino che non ha mai avuto la possibilità di dirgli quello che invece la sua versione adulta, nell’ologramma, dice adesso a bassa voce.
«Ti voglio bene, papà».

E finalmente, John si disperde come fumo in un alito di vento.
In pace.


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