Decidere di farla finita con la scrittura fu doloroso, ma necessario. Dopo anni e anni di parole, messe una dietro l’altra, era arrivato al capolinea e ne era consapevole. Non voleva fare la fine di certi suoi colleghi (molti, in verità), che non si arrendevano all’evidenza di non avere più nulla da raccontare e continuavano a rimestare la stessa idea stiracchiata fino alla fine dei tempi. Era controproducente, oltre che ridicolo. Infatti, la metà di loro si stordiva con l’alcol o droghe varie, pur di non ascoltare quella maledetta vocina che continuava a sussurrare: Sei finito, arrenditi. E a niente bastavano i proventi dell’ultimo, insulso bestseller, o lo stuolo di ammiratori adoranti che non avrebbero riconosciuto una buona struttura narrativa neanche se avesse pisciato loro in testa. Quella vocina continuava a sussurrare la stessa verità, finché qualcuno di quegli scribacchini non si toglieva la vita, colto dalla disperazione. Era già capitato. Ma a lui, no. A lui non sarebbe successo. Aveva già un piano a riguardo.

Come tutte le decisioni dolorose, doveva essere presa rapidamente e senza ripensamenti. Così, si sedette al computer e aprì la cartella dove custodiva tutti i romanzi e i racconti che aveva scritto negli ultimi venticinque anni. Avrebbe potuto semplicemente cancellare la cartella senza nemmeno aprirla, ma quegli scritti erano una parte fondamentale di lui, cazzo!, si può dire che fossero letteralmente il suo mondo, e così decise che almeno questo glielo doveva, a tutte quelle parole messe in fila, una dietro l’altra, a migliaia, a milioni: un ultimo sguardo veloce, un giro di giostra prima che si spegnessero le luci di quello scintillante luna park che era stata la sua carriera di romanziere.

Sapeva benissimo che cancellare le versioni digitali dei suoi scritti custodite nella memoria del computer non equivaleva a distruggerle nella vita reale. L’editore ne aveva una copia, così come il suo avvocato per i diritti d’autore e la Biblioteca Nazionale. E non era neanche questo, il suo intento. Era felice che le sue opere, così acclamate da critica e pubblico, continuassero a vivere per sempre. No, questo era un atto simbolico. Terapeutico, quasi. Cancellare tutto e dare via il computer, così da non avere più la tentazione di scrivere ancora. E regalare le copie che teneva in libreria, giusto per evitare di diventare nostalgico sfogliando le vecchie pagine e cadere nel tranello. Non voleva, non poteva diventare come quegli autori che tanto compativa.

Ristette a guardare per qualche istante l’icona di “Stranieri d’ombra”, il suo ultimo romanzo, pubblicato due anni prima. Era un buon addio alle scene, considerò. Anzi, un ottimo romanzo, a dirla tutta, ma la parabola discendente della sua ispirazione si riusciva già a intravvedere.
Senza esitare, cancellò il file. Qualcosa, dentro di lui, sembrò al tempo stesso appesantirsi e alleggerirsi di colpo. Rimpianto e sollievo, così ben mescolati da risultare in un gusto del tutto nuovo e sconosciuto, lo distolsero dal rendersi subito conto che la stanza, senza clamori e fanfare, fosse diventata più scura. E fredda.

Passò a “Il ghiaccio nei tuoi occhi”, un thriller sociale che gli era valso diversi premi della critica. L’apoteosi della sua carriera, indubbiamente.
Cancellò anche quello senza pensarci due volte, e il cambiamento, stavolta, gli fu subito evidente.

La libreria davanti alla sua scrivania era scomparsa.
Non si era dissolta nell’aria con uno sbuffo di fumo o con un qualsivoglia scintillio magico. Semplicemente, un attimo prima c’era, l’attimo dopo era come se non fosse mai stata lì. Si accorse del cambiamento con la coda dell’occhio e sollevò la testa di scatto, incredulo. Aveva montato personalmente quella libreria, dieci anni prima, e personalmente l’aveva riempita di così tanti libri che era un miracolo non fosse ancora crollata sotto tutto il peso di decine e decine di testi di consultazione. Quella pesantezza rendeva la scomparsa ancora più incredibile, eppure era proprio davanti ai suoi occhi: quasi mezza tonnellata di libri era sparita da sotto il suo naso senza la minima avvisaglia di rumore o movimento.

Si accorse, allora, che la stanza era in penombra. Era strano perché, fuori, il sole di mezzogiorno picchiava come sempre faceva in estate e la grande finestra alla sua destra spandeva una gran quantità di luce, tanto da rendere necessario, a volte, abbassare gli scuri per non avere troppi riflessi sullo schermo a disturbarlo nel lavoro.
Si voltò e scoprì che la finestra non c’era più. Non era chiusa, o sbarrata in altro modo, e nemmeno era scesa una notte in anticipo di dieci ore, o si assisteva a un’improvvisa eclissi. Proprio non c’era più. La parete era intonacata alla stessa maniera delle altre tre, come se la finestra non fosse mai stata costruita e quella stanza fosse sempre stata un semplice sgabuzzino buio riadattato a studiolo.

Si alzò in piedi e si guardò intorno, spaventato. Poteva escludere senza riserve sia il delirium che le allucinazioni, perché era astemio da sempre e la sua esperienza con le droghe si limitava a una sola canna, fumata per metà molti anni prima e archiviata come inefficace.
Che cos’era, allora? Stava perdendo la testa? Decidere di abbandonare la scrittura, quella parte così profonda e identitaria di sé, era forse una scelta talmente traumatica da fargli avere le traveggole?

Deglutì quella che gli parve una manciata di cocci di vetro e si costrinse a respirare di nuovo, ma le pareti della stanza sembrarono all’improvviso troppo vicine, gli premevano contro come a volerlo stritolare. Annaspò alla cieca e artigliò lo schienale della poltroncina, traendo un minimo di sollievo al contatto con qualcosa di solido. La vista gli si stava annebbiando e decise di tornare a sedersi. Se doveva svenire, meglio non farlo da in piedi rischiando di procurarsi una bella commozione cerebrale. O peggio.

È già questo, il peggio, si disse con un brivido, ma si sforzò di mettere a fuoco quello che aveva davanti a sè. Il monitor del computer. Ancora undici files da cancellare. Cancellare. Cancellare…
E quando finalmente realizzò, non poté crederci.

Nemmeno in cent’anni gli sarebbe venuta un’idea così stronza, per un romanzo. Aveva scritto alcune baggianate, d’accordo, come “Sangue e silicio”, l’unica sua incursione nell’horror biomeccanico, o “Lo spettro dietro di me”, un romanzetto rosa a tinte paranormali che definire un omaggio alla narrativa di genere era fargli un complimento. Ma questo!
Non c’era nemmeno una vera e propria struttura narrativa, nella storia di un tizio che cancella i propri scritti e, così facendo, cancella la realtà attorno a sé. Era, nella migliore delle ipotesi, lo spunto iniziale per una vicenda di più ampio respiro. O il materiale per un racconto breve.
E in ogni caso, nella vita vera, quello che stava avvenendo significava una cosa e una soltanto: la sua mente stava imbarcandosi verso la terra dei mentecatti e faceva ciao ciao con la mano.

Per paradosso, la prospettiva di diventare pazzo gli infuse qualche goccia di lucidità, o così gli parve. Si mise seduto un po’ più dritto ed esaminò il prossimo file da cancellare. Era proprio “Lo spettro dietro di me”. L’unico modo per sapere se stesse cancellando il mondo attorno a sé eliminando i propri romanzi era continuare a farlo. Così premette il tasto con un dito che gli sembrò pesante tre volte il normale.
Il divano e la lampada a pavimento scomparvero in un batter di ciglia.

Senza rendersene conto, esalò un mugolio atterrito incassando la testa nelle spalle. Sapeva che non poteva essere vero, eppure era un fatto incontrovertibile. Ad ogni romanzo, ad ogni pezzo di sé che cancellava, che ripudiava, un tassello della sua vita reale veniva eliminato davanti ai suoi occhi. E alla certezza di essere impazzito si aggiunse un pensiero talmente lucido da non sembrargli nemmeno suo: se stava perdendo la testa, tanto valeva continuare a cancellare tutto e porre fine in fretta a quello strazio; se invece si trattava di un’allucinazione da stress, o di un incubo, l’unica cosa che poteva fare era provocarsi uno shock tale da rinsavire, o svegliarsi. In entrambi i casi, doveva stringere i denti e andare avanti.

Così, cancellò i files uno dopo l’altro, imponendosi di non indugiare e tirare dritto. Preferì non cancellare tutto in una volta, per paura che il suo cervello e il suo cuore non reggessero a uno shock così grande, e procedette a eliminare un romanzo alla volta, il più veloce che poté.

Per primo scomparve il tappeto, poi il lampadario, l’armadio dove teneva le risme di carta per la stampante e il tavolino già orfano di divano. Si eclissarono anche il ventilatore a piantana e tutte le foto e le copertine dei suoi libri appese alle pareti, per poi passare alle mensole con sopra le targhe commemorative e i trofei letterari.

Quando sparì la porta che conduceva fuori dalla stanza, la paura divenne principio di panico, ma tenne duro. Mancavano quattro files da cancellare e poi sarebbe finita. In un modo o nell’altro.

Eliminò un altro romanzo e i suoni ovattati del mondo, fuori di lì, si spensero di colpo, come se qualcuno avesse girato un interruttore.

Un altro romanzo ancora e cadde in terra con un tonfo: la poltroncina, così come la scrivania e il computer, erano scomparsi. Si trovava, ora, in una stanza completamente vuota, senza porte né finestre. Una bara di cinque metri per tre, in cui il suo respiro pesante produceva un’eco macabra, come aria che soffia all’interno di un teschio.

Quando si domandò, ormai ottenebrato da un’alta marea che gli annegava il cervello, come avrebbe potuto cancellare gli ultimi due files senza il computer, scoprì che poteva visualizzare lo schermo con gli occhi della mente e procedere in quel modo. Niente di più facile.

Cancellò “Seconda chance”, il romanzo con il quale aveva confermato, molti anni prima, che il successo del suo esordio letterario non era stato solo un colpo di fortuna. E la stanza intera scomparve.

Galleggiava in un grande bianco che non aveva fine, né sopra né sotto né in nessuna altra direzione. Posto che le direzioni avessero ancora un senso, in quella gigantesca pagina bianca che era il nulla assoluto.
Ironia della sorte, il titolo del suo primo romanzo era proprio “Pagina bianca” e lo sapeva, cosa sarebbe successo cancellandolo, giusto?

Si preparò all’ultimo, grande salto, deciso a farla finita ad ogni costo. Poi, lo insidiò un pensiero orribile, di quelli che ti uncinano nel palato e ti traggono a riva ad annegare nell’aria pura del lungomare.
E se non fosse stato, lui, il vero scrittore? Se ce ne fosse stato un altro, uno Scrittore con la esse maiuscola, che scriveva di lui? E se quello Scrittore avesse deciso di non permettergli di cancellare l’ultimo romanzo e di lasciarlo lì, in un limbo eterno, personaggio sacrificabile per una storiella da due soldi da pubblicare in una raccolta… o – Dio ce ne scampi! – su un blog che leggevano in quattro gatti?

Era ormai oltre il panico, oltre la disperazione. Gli ormeggi erano stati mollati e la nave ruotava nei mulinelli. Anche il dubbio ruotava con lui e quando chiuse gli occhi, avvertì un leggero malessere allo stomaco.
Visualizzò la grande pagina bianca che era lui stesso, e con un sospiro, un ultimo sospiro, sperò con tutto il cuore di riuscire a cancell


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