Tutto andava a gonfie vele e ad Howard giravano i coglioni. La nazione viveva un sogno ad occhi aperti già da diversi anni e tutto stava ad indicare che ci sarebbe voluto ancora molto tempo prima che ci si riuscisse a svegliare. Era tutto troppo perfetto, troppo preciso, troppo giusto, e ad uno come lui, che per tutta una carriera aveva campato raccontando i drammi e le miserie della società, l’arcobaleno che scintillava negli occhi della gente faceva vomitare.
Essere costretto, ogni sera, a sedere dietro quella scrivania e ad andare in onda con notizie nella migliore delle ipotesi puerili era peggio che una tortura, per Howard. Il governo aveva fatto un lavoro egregio nel ridurre la disoccupazione, abbattere la criminalità e, in un certo qual modo, garantire la felicità ad ogni cittadino che la desiderasse. Un mondo così, senza drammi e senza lotte per la sopravvivenza, non era più degno di essere vissuto. Nè tantomeno raccontato in prima serata.
Scorse velocemente la scaletta che avrebbe dovuto leggere di lì a pochi minuti e gli venne il voltastomaco. Una vecchia signora aveva visto tornare il figlio dopo anni di galera; un incidente ferroviario era stato scongiurato dalla prontezza di un capotreno al suo primo giorno di lavoro; un cucciolo di cane era stato eletto “Miglior Musetto” alla competizione annuale del Circolo Cinofilo. E poi, gli amori estivi della starlette di turno, l’uscita del nuovo libro di ricette vegane di una ex rockstar in declino e i pronostici per la partita del giorno dopo. Ce n’era abbastanza per annegare in un mare di zucchero e Howard si domandò, ancora una volta, che cazzo fosse successo al suo Paese.
Sembrava che improvvisamente la classe dirigente si fosse data una svegliata e avesse iniziato a imbroccarle tutte. Ogni provvedimento, ogni legge, ogni decreto attuativo migliorava sensibilmente la vita delle persone, così che nessuno aveva più bisogno di rubare, stuprare, uccidere. Howard non era uno psicopatico, beninteso. Sapeva che questi risultati erano buoni e giusti, ma il prezzo da pagare era davanti agli occhi di tutti, cionondimeno veniva ignorato dalla gran parte della gente. La progressiva assenza di conflitti, e il conseguente benessere alla portata di chiunque, avevano finito con l’appiattire quel poco di intraprendenza rimasta agli esseri umani. Senza bisogni, senza sfide, era venuto a mancare quel naturale anelito di progresso che può essere raggiunto solo con il sudore e con il sangue. E così, ormai da anni, non si cercavano più nuovi traguardi, perchè erano già stati tutti raggiunti: diritti civili, reddito garantito, assistenza universale e libertà in ogni ambito erano solo la punta dell’iceberg. A livello più profondo, era iniziata una trasformazione culturale che aveva tutti i connotati di una rapida decadenza. La musica era diventata tutta uguale, non importa chi la suonasse, così come la letteratura, l’arte e la moda erano diventate abitudini confortanti, senza alcun guizzo né coraggio che avessero a turbare la monotonia della vita.
Le persone avevano seguito docilmente lo stesso declino, allineandosi al pensiero unico non per imposizione, ma per convenienza e pigrizia. La dittatura democratica che avevano eletto (e che puntulamente veniva riconfermata con un plebiscito ogni cinque anni) era una coperta calda sotto la quale accoccolarsi facendo le fusa, e quella puttana faceva in modo che le sue pecorelle fossero sempre sazie e soddisfatte, oh sì. Non c’era nemmeno bisogno del manganello, anzi. I finanziamenti di Stato a favore di emittenti, giornali e altri organi di informazione non allineati con il Presidente erano sempre cospicui per garantire il pluralismo ad ogni costo. Quel bastardo incravattato sapeva benissimo che la gente avrebbe snobbato qualsiasi voce fuori dal coro e chiunque avesse detto che bisognava tornare ad avere un lavoro precario, un mutuo di trent’anni e il rischio di beccarsi un infarto, ma liberi di pensare con la propria testa. Liberi di sbagliare e di vivere una vita incasinata e ingiusta, ma vera. Liberi di andare avanti.
Tutto questo pensò, Howard, mentre posava il foglio sulla scrivania e si aggiustava la cravatta. Il mondo era una vecchia fotografia, ingiallita e statica e mangiata dalle tarme, e nonostante ciò tutti festeggiavano. Persino il cameraman sorrideva mentre gli indicava con la mano che mancava un minuto alla diretta. Avrebbe piazzato volentieri un pugno in mezzo a tutti quei denti bianchi e dritti, così sorrise a sua volta.
La truccatrice lo imbellettò con distaccata precisione e, per un attimo, Howard considerò che avrebbe potuto ancora fermarsi. Si domandò se non fosse paura, quella che provava, e si diede dello stupido. Certo, che era paura. Non si andava in diretta nazionale con l’intenzione di buttare giù il governo a cuor leggero. Era un atto sovversivo, il suo, e doveva essere eseguito velocemente, prima che i capoccia della Rete si rendessero conto di quanto stava avvenendo e sospendessero la trasmissione. Aveva trenta secondi a disposizione. Al massimo. Era più che naturale che avesse paura. Ma non si sarebbe tirato indietro. La gente doveva sapere. Doveva essere svegliata.
Sul piccolo monitor della scrivania, fuori inquadratura, vide scorrere le immagini della sigla. Il cameraman gli mimò il conto alla rovescia con le dita. Dieci secondi alla fine della sua carriera. Nove. Otto…
E infine, fu in onda. Si esibì nel suo sorriso più smagliante, un gomito poggiato sulla scrivania, in modo da risultare leggermente di tre quarti. I sondaggi, infatti, avevano indicato essere la sua posa migliore. Trasse un respiro e si preparò al tuffo. Il futuro di tutti dipendeva da questo, dalla sua freddezza e dalla verità che avrebbe annunciato.
Quando esalò il fiato, si sentì calmo come mai in vita sua. Il suo sorriso si allargò e questa volta, dopo tanti anni, era finalmente un sorriso genuino. In fondo, stava per regalare la libertà al mondo intero.
«Signore e signori», annunciò con voce chiara e netta, «questo è il manifesto della nuova rivoluzione». Trasse dalla tasca interna della giacca una pistola di piccolo calibro e si sparò in bocca.



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