Diario del capitano Lee John, data galattica 2253/XVI, venerdì sera. L’Insalata di Pollo ha un’avaria al motore destro, sono alla deriva in un esagono di spazio sconosciuto e sono appena diventato mamma.
Immagino sia normale, dopotutto. La mia programmazione ha subìto diverse modifiche, nel corso degli anni, e se è vero che in tutto questo tempo ho sviluppato una sorta di attaccamento verso le sorti degli esseri biologici, allora è ragionevole dedurne che il mio cervello artificiale abbia creato una subroutine adibita all’accudimento di piccole creature indifese. Nulla di illogico, in questo ragionamento. Tuttavia, le circostanze che mi stanno portando ad accettare la genitorialità di un cucciolo così strano sono a dir poco improbabili e i miei processi cognitivi faticano a coniugare ciò che mi accade con la modalità in cui sto reagendo a tali, straordinari avvenimenti.
Forse, però, è meglio che provi a raccontare tutto dall’inizio.
Il vecchio Link mi ha rimediato un sacco di lavori, negli ultimi anni. Trasporto animali vivi, soprattutto, per conto di università e laboratori di ricerca. Questa era però la prima volta in cui avrei dovuto procurarmi gli animali nel loro habitat naturale invece che prenderli in consegna da un venditore. Ero sicuro che qualcosa sarebbe andato storto, soprattutto perché i linguini si possono trovare solo su Collier, una palla di ghiaccio agli estremi confini della Galassia in cui la specie autoctona è resa violenta da un culto animistico che ricorda l’antico voodoo. La mia certezza era di finire congelato in mezzo alle distese di neve del pianeta, fatto a pezzi dai Mambo e rivenduto al dettaglio da un qualche squallido rigattiere del Quadrante Esterno che, con il mio corpo martoriato, avrebbe tirato su due spicci. Ad essere generosi.
Invece, non solo trovare e caricare a bordo gli animali è stato più facile di quanto pensassi, nonostante le loro lingue prensili, ma anche la mia permanenza su un pianeta così inospitale è stata insperabilmente piacevole. I camionisti che lavorano trasportando gemme preziose in quelle condizioni climatiche hanno tutta la mia comprensione e stima. Soprattutto quando sono così gentili da offrire un giro di olio motore a un robot squattrinato come me che cerca di alzare uno stipendio appena decente nel ramo del trasporto di bestie esotiche.
Ero dunque ripartito da un paio di cicli standard per fare ritorno su Ozymandias, quando le cose sono improvvisamente girate malissimo. Peggio di quanto avessi messo in conto accettando questo lavoro.
Me ne stavo in cabina di pilotaggio a sorseggiare una Cool-Ant prima di mettermi sulla piastra di ricarica, quando l’Insalata di Pollo è stata scossa da un forte impatto. La sirena d’allarme ha iniziato a urlare a più non posso, mentre gli schermi di pilotaggio sono come impazziti, rilevando un guasto al motore di destra. Ho avuto giusto il tempo di spegnere la sirena, impostare il volo autostatico e alzarmi dalla poltroncina, quand’ecco che un altro scossone, stavolta un po’ più lieve del primo, ha rimbombato in lontananza dalla stiva.
Il guasto al motore poteva forse essere riparato, ma se fosse successo qualcosa al carico, Link avrebbe dato di matto. Non era quello che si può definire un robot ragionevole e perdere tutti i suoi contatti significava non lavorare più per molto tempo. Non me lo potevo permettere, non con metà delle rate ancora da pagare per l’acquisto dell’Insalata. Così, ho preso il cric idraulico da dietro la console di pilotaggio e mi sono diretto alla stiva per sincerarmi che i diciotto linguini che avevo stipato laggiù stessero bene.
Scendendo la scaletta in acciaio che dal salottino porta alla stiva, una serie di strilli acuti ha bloccato per qualche secondo i miei circuiti motori: la cosa più vicina alla paura concessa alla mia natura robotica. Erano grida di terrore, seguite dal rumore di membra strappate e di fauci al lavoro. Nonostante sia stato progettato per formulare centinaia di ipotesi al secondo, non potevo mentire a me stesso: quello era il rumore inconfondibile della mia carriera e della mia vita che se ne andavano a quel pianeta.
Arrivato sul fondo della scaletta, ho aspettato un secondo ancora, il tempo di stringere un po’ più forte il cric idraulico, poi sono piombato nel locale della stiva, pronto a tutto. Ma non ero pronto a quello.
La stanza era del tutto vuota. I linguini non c’erano più, come se si fossero volatilizzati. Questo era impossibile, considerando che l’unico accesso alla stiva era proprio la scaletta dalla quale ero sceso e che non c’erano posti in cui potersi nascondere: nè una nicchia nel muro, nè un armadietto, nè una grata per l’aria condizionata.
Ma questa non era la cosa più strana. La stiva ospitava un piccolo banco da lavoro, alcuni barili di olio motore e la collezione integrale su olodisk dell’Enciclopedia Culinaria della Galassia: una collezione di 200 nastri olografici che da soli occupavano una libreria lunga mezza parete. Tutto andato, tutto sparito. Il banco da lavoro, i barili e i miei olodisk erano semplicemente scomparsi, come se non fossero mai stati a bordo. Mancavano all’appello persino alcuni pannelli del pavimento! E nemmeno quella era ancora la cosa più strana.
Al centro della stiva, seduto con le gambe divaricate, c’era un bimbo. O almeno, quello è stato il mio primo pensiero, sebbene le sue fattezze fossero solo una pallida imitazione di un essere umano. Era alto poco più di una sessantina di centimetri e nero come se un pezzo di spazio si fosse coagulato in una forma vagamente antropomorfa. I suoi occhi violacei mi guardavano con quieta curiosità mentre quella che credevo fosse la sua bocca masticava lentamente. Attorno alle sue gambe, minuscoli frammenti di olodisk e qualche zampa di volatile ancora sporca di sangue. Non avevo certo bisogno di una laurea all’Università Multimondo di Qwerty per capire che quell’essere stava finendo di sgranocchiare i miei miseri averi. Linguini compresi.
Per la sorpresa, mi sono lasciato sfuggire di mano il cric. Cadendo in terra, ha prodotto un clangore che ha spaventato la creatura. Con un sibilo, i suoi occhi sono diventati di un bianco luminosissimo e dalle sue manine paffute sono spuntati artigli lunghi due spanne. Dal suo atteggiamento, ho capito che non era mosso dall’istinto di attaccarmi o di nuocermi in alcun modo, anche se il suo aspetto era diventato molto minaccioso. I suoi occhi, pur cambiando colore, erano infatti rimasti calmi nonostante l’iniziale stupore per il rumore improvviso. Si trattava, forse, di un sistema di difesa inconscio? Non mi era dato saperlo, ma trovavo tutto questo estremamente affascinante, così mi sono avvicinato cercando di non spaventarlo di nuovo.
Forse è stata la mia mancanza di paura, o il fatto che sia costretto a muovere la testa un po’ a scatti per via di un malfunzionamento ai servomotori del collo; fatto sta che il cucciolo si è tranquillizzato ed è tornato “normale”, ritraendo i formidabili artigli e sfoggiando di nuovo la colorazione violacea degli occhi. E poi ha riso. Una risata liquida, come versare dell’olio motore da un bicchiere a un altro e viceversa. Ha allungato le braccia, gorgogliando tutto contento, e dai pugnetti che alternativamente si aprivano e si chiudevano ho capito che sperava lo prendessi in braccio. Per qualche ragione, non ci ho pensato due volte.
È stato sorprendente constatare quanto poco pesasse. Il suo corpo, che sulle prime mi era parso di natura organica, trasmetteva al tatto una sensazione strana: come toccare acqua ricamata, non saprei dirlo meglio. La sua cute, rugosa al pari di quella di un rettile, era di un colore nero che sembrava tuttavia modificarsi, assumendo via via lievi riflessi perlacei, azzurri e verdastri, come una chiazza di benzina sotto pelle. E nel momento in cui me lo sono sistemato tra le braccia, il cucciolo è parso liquefarsi per una frazione di secondo, gli occhi socchiusi in un sospiro di gioia, per poi tornare alla sua solita forma.
Poi, come se tutto questo non bastasse, è successo.
«Ma-ma?». La voce del cucciolo era sottile e tagliente come una lama di rasoio, eppure resa pastosa dal sonno imminente. La creaturina si è sistemata meglio nell’incavo delle mie braccia e ha chiuso gli occhi. Guardando quel fagottino fatto di ombre, all’apparenza indifeso ma potenzialmente letale come mai nessun’altra creatura che avesse calcato la Galassia, ho pensato che probabilmente anche lui, come me, era solo nell’universo. Non era necessario, quindi, rispondere alla sua domanda: certo, che ero la sua mamma. Tuttavia…
Che gli dèi di Spoiler mi friggano la scheda madre se so che cos’è questo cucciolo. Ho sgombrato una delle cuccette della nave che utilizzavo come ripostiglio per gli scatoloni e l’ho messo a dormire lì. È indubbiamente un neonato, anche se non so di quale specie. Con un po’ di esercizio, imparerà certamente a parlare, anche se dubito saprà dirmi qualcosa sul proprio conto. E mentre scrivo questo rapporto, la diagnostica dell’Insalata di Pollo mi comunica un fatto sconvolgente: il motore di destra non è andato in avaria, proprio non esiste più. Qualcosa (o qualcuno) se l’è mangiato.
E così, privo della spinta propulsiva per tornare su Ozymandias, mi trovo a vagare nello spazio insieme a un misterioso bebè a cui ho dato il nome di Sparky (non potevo continuare a chiamarlo “cucciolo”). I miei processori logici contengono più domande che risposte. L’ho preso a bordo su Collier, senza rendermene conto? Era in qualche modo ibernato nei ghiacci del pianeta e i motori di atterraggio lo hanno scongelato? Oppure si è materializzato sull’Insalata di Pollo dopo aver viaggiato in un buco nero? Questo implicherebbe che si tratta di un essere da un’altra dimensione? E ancora: qualcuno verrà a cercarlo? Ombre alte due metri, magari, con occhi bianchi e artigli in grado di tranciare in due un esile robot? E se invece fosse il frutto di un qualche esperimento dei militari sfuggito al controllo? L’Egemonia Binaria sarebbe capace di un’atrocità come questa e, in tal caso, non si farebbe scrupolo alcuno di vaporizzare chiunque sia entrato in contatto con Sparky. Anche l’esile robot di cui sopra.
Tutte domande pressanti, certo, ma mentre guardo le stelle roteare allo sbando fuori dalla cabina di pilotaggio, ce n’è una, terribile, che mi assilla più delle altre, facendomi sperare con tutto me stesso che qualcuno, là fuori, intercetti la mia richiesta subeterica di soccorso il prima possibile. E la domanda è questa: quando si sveglierà, il mio bambino avrà ancora fame? Spero di no. Spero proprio di no.



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