Le voci dei morti andarono in onda una sera di luglio, dopo la tempesta di sabbia. Le raffiche di vento avevano schiaffeggiato Rockville come una donna che ha scoperto la tresca del marito e ora, poco prima della undici, la polvere stava finalmente ritornando a posarsi a terra. Edgar ascoltava la radio seduto in veranda, la pipa stretta tra i denti e i piedi poggiati su una vecchia cassa di liquore. Il vento era ormai calato e non pizzicava quasi più gli occhi. In lontananza, poteva udire gli schiamazzi del saloon e, ancora più lontano, il triste ululato di un coyote. Il cielo era bucato di mille stelle come fori di proiettile su un cartello di latta e la serata si preannunciava noiosa, proprio come piaceva a lui.
Dalla radio poggiata in terra usciva la voce tossicchiante di Vecchia Volpe, il dj che trasmetteva al di là delle montagne. Stava dicendo che i mutanti, al netto della loro natura violenta, erano anche loro figli del Signore e se non era una emerita sciocchezza, quella! Ma a Rockville ci si riusciva a sintonizzare solo con la stazione di quel mentecatto che si diceva vivesse in un vecchio faro nel deserto e se volevi ascoltare un po’ di musica pre-olocausto, dovevi per forza sorbirti anche le prediche sconclusionate di Vecchia Volpe, prendere o lasciare.
Edgar si sistemò meglio sulla sedia a dondolo che era stata di sua moglie, pace all’anima sua, e sperò che il sermone di Vecchia Volpe finisse in fretta. Forse quella sera, dopo il delirio pro-mutanti, avrebbe finalmente trasmesso The stars and you dei Crimson Jam. Non sarebbe stato poi così strano, visto che spesso, in mezzo alle boiate moderne suonate con l’ukulele elettrico, Vecchia Volpe era solito mandare anche tutte le vecchie glorie del passato, come Goldie Richie and the Lizards e la divina Martha Rosenbaum.
Da quando Lily era morta, Edgar sognava di riascoltare la canzone che sua moglie cantava senza mai stancarsi, mattino, pomeriggio e sera, ogni giorno, tirandolo scemo. Dio!, quanto odiava quel motivetto idiota! E quanto gli mancava, adesso che lei non c’era più!
La voce di Vecchia Volpe, priva di inflessioni, si srotolava lenta nella polvere dello spiazzo davanti alla casa mentre decantava le doti nascoste dei mutanti. Edgar chiuse gli occhi e quasi si addormentò, come scendendo di corsa una lunga serie di scalini, a due a due, sapendo che ben presto sarebbe caduto e precipitato di faccia.
Fu riportato bruscamente alla realtà da un rumore di elettricità statica e da una fanfara. Sulle prime, Edgar pensò che si trattasse di una qualche festa di paese, ma il falò del Quattro c’era già stato e al Giro delle Dune mancavano ancora due mesi almeno. Si accorse poi che la musica orchestrale giungeva dalla radio e questa era una novità, perché il programma di Vecchia Volpe non aveva sigla, né stacchi pubblicitari, e quella invece era a tutti gli effetti l’introduzione di un programma “vecchia scuola”, come quelli di quando lui era ragazzo.
«Buonasera, sopravvissuti!», disse una voce frizzante. «Spero che vi siate goduti il week-end lungo del Quattro Luglio e che siate carichi per la nuova settimana. Questa è WKFM 12.44, la radio dove ieri è oggi, ed è tempo di elezioni, qui a Dreamwood. Il sindaco uscente ha dichiarato ai nostri microfoni…», ma Edgar non udì il seguito.
Scattò in piedi, quasi rovesciando la sedia, e strabuzzò gli occhi come se avesse visto un cane ballare il tip tap in abito da sera. Il cuore gli batteva nel petto come a volergli sfondare la cassa toracica. Dovette appoggiarsi al muro della casa per non cadere in terra, il fiato corto e la fronte imperlata di sudore. Si costrinse a respirare lentamente, a pensare. Doveva aver sentito male, ecco tutto. Non era possibile che qualcuno trasmettesse davvero da quel posto, giusto? Erano tutte fandonie, storie buone per tirar su una bevuta gratis al saloon. E lui si stava addormentando pensando a sua moglie. Due più due, quattro.
Ma sì, doveva essere per forza così!
La voce alla radio continuò: «Non è ancora pervenuta una replica da parte del candidato avversario, atteso domani mattina al Centro Congressi “Ellen Bishop” per un incontro con gli elettori».
Edgar raccattò da terra la pipa e se la infilò nuovamente in bocca. Per qualche strana coincidenza, aveva beccato una stazione radiofonica di una qualche cittadina chissà dove: Beamwood, o Drumgood o un altro nome del genere. Non poteva esserne sicuro, anche perché non si era mai allontanato da Rockville in tutta la vita e le sue conoscenze geografiche erano limitate. Ma di sicuro quel posto non si chiamava Dreamwood. Sarebbe stato ridicolo anche solo pensarlo!
Giravano delle voci, beninteso. Gli ubriaconi erano quelli che più si premuravano di diffondere il verbo. Qualche predicatore, di tanto in tanto, rotolava in città insieme ai cespugli secchi del deserto nel tenetativo di fare proseliti. Sia gli ubriachi che i preti erano pazzi, a suo modo di vedere. L’aldilà era su nei cieli, grazie e arrivederci, non lì in mezzo ai vivi. Ma le storie sulla cittadina di Dreamwood, dove la gente andava a stare dopo morta, erano comunque molto in voga tra gli allevatori ignoranti. Nessuno si sarebbe mai sognato di ammettere pubblicamente di credere a quelle storie, e i racconti erano sempre e solo sussurrati di nascosto, eppure erano in tanti a dare per assodata l’esistenza di un Paradiso come quello. Almeno un paio di volte l’anno, qualcuno si metteva in testa l’assurda idea di volerlo trovare, il Paradiso, e com’è ovvio non faceva più ritorno. Come quel tizio che cavalcava un orso e che, due estati prima, giungendo a Rockville, aveva fatto un gran scalpore. Malati di mente di quella risma, ecco.
Edgar sputò in terra e provò ad accendere nuovamente la pipa. Non era caduto troppo tabacco, in fondo, e un paio di tiri li si poteva ancora cavar fuori, prima di andare a letto. Non aveva più voglia di stare in veranda, né di ascoltare le ciance della radio. L’indomani, di buon’ora, era atteso al campo degli Anderson per aiutarli a dissodare i filari di granturco. Il duro lavoro gli avrebbe sicuramente fatto passare di mente gli assurdi pensieri su Dreamwood e sulle favolette dei morti che se ne stavano in una cittadina in mezzo al deserto.
La radio, imperterrita, parlò. «Ed ora, amiche e amici, il momento più atteso della settimana: il disco a richiesta dell’Aldilà! Una serie di canzoni per dimenticare di essere intrappolati a Dreamwood e per tornare a sentirci come quando eravamo vivi, nel mondo reale!»
Edgar non poté equivocare, questa volta. La pipa gli cadde di nuovo di bocca, producendo un toc! sonoro sulle assi del pavimento della veranda. «Mio Dio!», cercò di dire, ma le sue labbra si mossero senza generare alcun suono. Rimase lì, impietrito sul posto, a fissare la radio. La musica lontana del saloon si fece ancora più ovattata, come avvolta da chilometri di nebbia, e le sue orecchie rimbombarono della risacca del sangue che gli pompava violento nelle vene.
«Una nostra ascoltatrice, che non ci ha dato il suo nome», continuò il tizio alla radio, «ha richiesto un pezzo classico del 1921, che in pochi ormai ricordano. Tuffiamoci dunque nella dolce estate del pre-bomba con The stars and you dei sempreverdi Crimson Jam!»
Edgar si sentì improvvisamente di qualche chilo più pesante. Il mondo attorno a lui perse ogni colore e, nel bianco e nero della sera, il fioco bagliore del selettore della radio brillò come un fuoco da campo.
Le note della canzone salirono a spirale nell’aria immobile, dolci e malinconiche come le ricordava. Poteva quasi sentire, sovrapposta a quella del cantante, la voce della sua Lily che intonava il ritornello.
Non pianse (Lily apprezzava il fatto di avere accanto un vero uomo, come quelli di una volta), ma tornò a sedersi stancamente, malfermo sulle gambe, e si tolse il cappello dalla testa, appoggiandoselo al petto. Nemmeno si accorse di non udire più il battito del proprio cuore, e quando infine la morte lo colse, il suo ultimo pensiero fu che se Dreamwood era davvero solo una storiella per gli imbecilli, allora era bello abbandonarsi all’idiozia. Sperare, contro ogni buonsenso, di risvegliarsi in una cittadina in mezzo al deserto, magari nascosta in una gola rocciosa, e ritrovare la sua cara, dolce Lily. E ascoltarla per sempre cantare The stars and you dei Crimson Jam e quel dannato motivetto che lo tirava scemo. Sì, sarebbe stato proprio bello.



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