Scendendo dalla monovia atomica, Neopard sapeva di giocarsi il tutto per tutto. Il senatore Darius aveva minacciato di rovinargli la carriera, se solo si fosse azzardato a ripresentarsi alla villa, e su Corona era risaputo che quelle del senatore non erano mai parole al vento. In una circostanza diversa, Neopard si sarebbe quindi ritirato in buon ordine e avrebbe dedicato gli ultimi anni della sua carriera ad un progetto meno ambizioso. Ma Lyra era la musa che aveva sognato di incontrare da tutta una vita e il suo cuore d’artista, ormai ingrigito e stanco per la sua tarda età, era tornato a battere con lo stesso ardore di quando era ancora solo un cucciolo. Un tale miracolo vivente imponeva di essere ritratto in una stupenda scultura di luce, forse l’ultima e più magnifica della sua carriera. Doveva però ottenere necessariamente il permesso del senatore Darius. Che, fatalmente, era anche il padre di Lyra.
Per mesi aveva cercato un modo di fare breccia nel cuore di Darius, ma sembrava che il senatore non ne avesse uno. Così com’era devoto e protettivo verso il pianeta-capitale della Repubblica, riservava un amore ossessivo e spietato nei confronti della figlia, che aveva cresciuto da solo e che aveva finito per chiudere sotto una campana di vetro per proteggerla dai mali della Galassia. Da artista, Neopard non poteva accettare un amore come quello, fatto di sbarre e paura, ma d’altra parte, forse riusciva a capire i sentimenti del padre.
Neopard era, in primo luogo, un vecchio. Lyra, invece, si affacciava ai diciassette anni con tutta la forza e la freschezza di un bocciolo di rosa baciato dalla rugiada. Si erano conosciuti a una mostra di sculture olografiche che Neopard aveva realizzato un anno prima, ed erano rimasti folgorati l’uno dalla personalità dell’altra. Dopo quel giorno, i due avevano iniziato a frequentarsi sempre più spesso per parlare di arte, di letteratura, di musica. Neopard vedeva in lei una giovane allieva a cui trasmettere il proprio sapere e il loro rapporto, in questo senso, era sempre rimasto squisitamente platonico, seppur clandestino. Lyra sapeva infatti che il padre non avrebbe approvato interessi così frivoli come la cultura e la bellezza, così si incontravano di nascosto e quando il senatore li aveva scoperti, l’unica conclusione a cui era potuto giungere era che il vecchio scultore stesse cercando di insidiare la purezza e la castità della sua adorata figlia.
Come se non bastasse, Neopard era un Leopardo mentre Lyra un’Umana e sul pianeta di Corona, diversamente da quanto la gente volesse apparire progressista e da quanto le stesse dichiarazioni della politica interplanetaria dessero a intendere un’apertura mentale senza eguali nella Galassia, i rapporti tra specie diverse (anche solo di amicizia) venivano visti come qualcosa di sconveniente.
A nulla era servito appellarsi al buon senso (se non al buon cuore) di Darius, e nemmeno la lusinga di immortalare la figlia in un’opera che tutta la Galassia sarebbe accorsa ad ammirare. Da quell’orecchio, il senatore non voleva sentire. Così, Neopard si era rinchiuso nel suo atelier per settimane, ubriacandosi e maledicendo l’ottusità di Darius. Poi, all’improvviso, l’idea gli era balenata nella mente con la stessa semplicità e la stessa forza con le quali amava la bella Lyra.
Aveva progettato il da farsi e si era rivolto ai più stimati scienziati del pianeta, dando fondo a tutte le sue risorse finanziarie per raggiungere il traguardo più ambizioso che un artista si fosse mai prefissato di conseguire. Nonostante i suddetti scienziati gli avessero sconsigliato di proseguire nel suo intento, il vecchio Neopard era andato fino in fondo e ora, visibilmente scosso e più pallido del solito, scese dalla monovia atomica con un involto misterioso sotto il braccio.
Quasi cadde sotto il peso della fatica di quegli ultimi giorni e uno sconosciuto lo sorresse come meglio poté, sincerandosi poi che il Leopardo stesse bene. «Non si preoccupi», biascicò lui con un filo di voce. «È solo una performance artistica. La più grande che si sia mai vista nella Galassia», e riprese a claudicare in direzione della villa.
Il senatore Darius e sua figlia Lyra vivevano in una magione immersa nel verde di un parco di diversi ettari quadri. Su Corona, lo spazio riservato alla vegetazione e alle foreste era estremamente limitato e poterne disporre privatamente e in gran quantità era un simbolo di grandezza economica e sociale.
Neopard attraversò il parco sempre più a fatica, respirando il profumo dei fiori e godendo del contatto morbido dell’erba sotto le zampe. Vivere sul mondo più importante della Galassia aveva certo dei gran vantaggi, sia in termini di relazioni interpersonali che professionali, ma era comunque un mondo di acciaio e cemento e si andavano a perdere i piaceri più semplici, come appunto bearsi della freschezza della natura. Neopard sospirò. Quante cose scivolavano via!
Giunto alla villa, Neopard si fece annunciare dal maggiordomo. Non dovette aspettare molto, perché il senatore scese nell’atrio come un vento di tempesta. «Neopard!», strillò, «Non ti avevo forse detto che ti avrei rovinato, se ti fossi ripresentato qui?». Era rosso in volto e spruzzava saliva mentre urlava. Neopard non arretrò, ma alzò una mano nel tentativo di calmare l’ira del senatore.
«Darius», disse. «Questa sarà la mia ultima visita…»
«Ci puoi giurare!», lo interruppe il senatore. Sembrò quasi volergli mettere le mani addosso, poi parve ripensarci. Sicuramente, la sua scaltrezza politica gli suggeriva di non ricorrere alla violenza. «Ora chiamerò i vigilanti», disse invece, «così che possano arrestarti una volta per tutte, vecchio maiale che non sei altro!»
Neopard non diede a intendere di essersi risentito per quelle parole, ma continuò imperterrito: «Da mesi mi neghi il permesso di ritrarre tua figlia in una grande opera degna delle antiche sculture olografiche del Tempio del Blu. Non riuscivo a capire la tua ritrosia, ma ora, forse, so quali sono le ragioni profonde del tuo rifiuto». E dicendo questo, tirò fuori dall’involto che teneva sotto il braccio un macchinario di poco più grande di un calcolatore organico, poggiandolo a terra.
Prima che il senatore potesse dire o fare alcunché, Neopard batté le mani due volte e dal macchinario venne proiettata una figura alta tre metri, sfolgorante di una luce che invase tutta la stanza. La scultura olografica ritraeva Lyra in tutta la sua dolce magnificenza, con linee di luce che si intersecavano e si rincorrevano come un fiume al neon. I colori sgargianti della statua rimbalzavano sui muri e sui fregi dell’atrio, mescolandosi in una armonia quasi tattile che, a ben vedere, generava la percezione di un colore nuovo, mai visto.
«Questa è tua figlia come la vedo io», disse Neopard, piano. «Ho usato una nuova tecnica di mia invenzione per nebulizzare il mio stesso sangue e utilizzarlo come base per i cristalli che danno origine alle linee olografiche. La tonalità risultante è un colore che ancora non esisteva. Il colore di Lyra, se vogliamo. Come vedi, sono disposto a dare il mio sangue, per lei, e forse in quantità maggiore di quanto sarebbe ragionevole. Ma è un prezzo fin troppo equo per poter mostrare a tutta la Galassia quanto tua figlia sia speciale e importante per me».
Il senatore Darius rimase interdetto per qualche istante. Prima però di poter aprire bocca e inveire contro la sfrontatezza del Leopardo, si ritrovò a chiudere gli occhi, come mosso da una forza invisibile che non poté contrastare. Anche con le palpebre abbassate, poté vedere quella luce, quel preciso colore, e in un attimo ricordò.
Un angolo di strada, diciassette anni prima, quando ancora non si era dedicato anima e corpo alla politica. Era appena nata sua figlia e lui si guadagnava da vivere in giro per locali a suonare la chitarra subeterica. Ancora non lo aveva ammesso con sé stesso, ma era null’altro che uno sfaccendato. Ambizioso, perché era sicuro che la sua arte sarebbe stata presto riconosciuta da tutti e gli avrebbe garantito di poter sostenere la propria famiglia, ma pur sempre uno sfaccendato.
Stava suonando una canzone che aveva appena scritto per Lyra, la sua dolce, bellissima bambina, ed era ormai quasi deciso a trovarsi un vero lavoro. A rinunciare ad ogni velleità di fama e successo. Per lei.
E mentre suonava, se chiudeva gli occhi, poteva vedere una luce di ineguagliabile bellezza. La luce di Lyra. E aveva un colore, quella luce, come mai aveva visto in vita sua. Non era rosa, ma neanche azzurra, piuttosto un misto tra questi due colori. E, contrariamente a quanto avrebbe potuto immaginare, non cozzavano l’uno con l’altro, ma davano origine a una cromia così soave e tranquilla da far lacrimare gli occhi. E aveva pianto e aveva deciso di mettere la testa a posto.
Pochi mesi dopo, sua moglie era morta di un male incurabile e lui, neo consigliere della città, aveva chiuso il suo cuore in un cassetto. In questo modo, sarebbe stato più facile concentrarsi sui propri doveri e dimenticare per sempre quel piccolo, effimero e ormai doloroso scampolo di felicità. Dimenticare la luce di Lyra.
Il senatore riaprì gli occhi e li scoprì inondati di lacrime. Boccheggiò, sorpreso, e per diversi minuti non riuscì a parlare. Circondato da tutta quella luce, si portò le mani alla bocca e pianse in silenzio, gli occhi spalancati per non perdersi un solo istante di quella epifania.
Neopard attese paziente, in un angolo. Non sapeva se sarebbe sopravvissuto a tutto il sangue che aveva donato all’Arte, ma sorrise lo stesso. La statua era riuscita proprio bene, doveva ammetterlo!
Infine, disse: «Nessuno l’ha ancora vista. Se vuole distruggerla e farmi arrestare, non opporrò resistenza».
Ma il senatore si riscosse come da un sogno molto vivido e rimise a fuoco, seppur con fatica, il volto di Neopard. I lineamenti dell’uomo erano trasfigurati: sembrava aver riacquistato almeno vent’anni di vita e sorrideva. Per il Sacro Blu, il senatore Darius sorrideva!
«Santo spazio!», esclamò Darius, raggiante. «Come potrei violare tanta bellezza, mio caro Neopard? Tu mi hai aperto gli occhi! Avevo dimenticato cosa volesse dire amare veramente mia figlia!
«Ti sono debitore in un modo che forse neanche puoi capire. Chiedi tutto ciò che vuoi, senza alcuna riserva, te ne prego!»
Neopard sorrise a sua volta. Era stanco, molto, e sentiva le forze abbandonarlo. «Mi serve soltanto quella sedia laggiù. Ho bisogno di riposare gli occhi», disse con un filo di voce. «Solo per un po’».



Lascia un commento