L’oscurità era densa come gli incubi dai quali non ci si riesce a svegliare, dal soffitto gocciolava acqua scura e putrida che produceva echi per chilometri e la luce della sua torcia non era sufficiente a vincere del tutto la battaglia contro quel buio. Eppure Caleb procedeva con passo sicuro, immerso fino al ginocchio nei liquami, incurante del tanfo e della sensazione di essere sporco fin dentro le budella. Non era il tipo schizzinoso, Caleb, e negli ultimi cinque anni, da quando cioè era stato assunto come manutentore di quel quadrante di rete fognaria, aveva passato molto più tempo là sotto che in superficie, finendo per conoscere a memoria ogni tunnel e snodo di quel dedalo sotterraneo.

Svoltò a sinistra senza pensarci e imboccò uno stretto cunicolo che lo avrebbe riportato sui suoi passi, alla scala per tornare in superficie. Localizzare il guasto alla pompa 13 era stato un gioco da ragazzi, ma ripararlo gli aveva portato via un paio d’ore. Fuori, sarebbe stata già l’alba. Peccato. Amava il buio. Era un maglione caldo che lo teneva stretto in un abbraccio contro le luci violente della città. Ma doveva risalire, in ogni caso, se non altro perché aveva fame e nelle fogne non avevano ancora inaugurato una panineria aperta 24 ore su 24.
Sarebbe un’idea!, pensò svagato mentre i suoi piedi sciabordavano nell’acqua bassa, conducendolo al bivio della sottosezione ovest.

La sua mente, occupata a stilare l’inventario delle ipotetiche varianti di panino che avrebbero potuto servire all’Under Burger, quasi non si accorse di un dettaglio fuori posto. Una piastrella del muro era venuta via. Nulla di strano, in effetti. Ci si aspettava che le fogne portassero via la merda e stop. A nessuno sarebbe mai venuto in mente di fare delle riparazioni, là sotto, se non tra dieci anni, quando sarebbe stato inevitabile per non incappare in gravi rischi strutturali.
Ma la piastrella in questione si era staccata dal muro in modo netto, senza lasciare i residui incrostati che sarebbero stati logici dopo una stuccatura di venti, forse trent’anni prima. E questo era sospetto.

Caleb si avvicinò al riquadro vuoto sul muro e lo illuminò con la torcia. Nella rientranza, vide un pannello di metallo con una manopola simile a un termostato. Che diavolo è, ‘sta roba?, pensò confuso. Forse un interruttore per l’elettricità di quando, duecento anni fa, stavano costruendo questa sezione delle fogne? Poteva anche essere. Una volta finita la costruzione del tunnel, la manopola non era più servita e si era deciso di murarla, forse. Ma (ed era un “ma” bello grosso, questo) la manopola in questione non era vecchia e muffita come tutto il resto. Sembrava, anzi, che fosse stata installata, che so, due o tre anni prima. Cinque al massimo. E questo non era solo sospetto, era impossibile. Nessuno dell’Ufficio Controllo Idrico del Distretto aveva pianificato dei lavori, là sotto, da almeno cinque anni. Lo sapeva perché, per motivi di sicurezza, i manutentori dovevano essere avvisati di qualsiasi intervento e Caleb, quelli dell’UCI, non sapeva neanche che faccia avessero. E in ogni caso, ammettendo pure che i lavori fossero stati eseguiti a sua insaputa, a che diavolo poteva mai servire una manopola del genere, nascosta sotto una piastrella in un tunnel uguale a decine, se non centinaia, di altri?

C’è solo un modo per scoprirlo, si disse Caleb, poco convinto. Tese la mano verso la manopola, poi ci ripensò. Forse avrebbe fatto meglio ad avvertire il suo superiore, il signor Muller, ma sapeva già cosa gli avrebbe risposto: che non c’era da preoccuparsi, che l’importante era che la pompa 13 fosse stata sistemata e che, in definitiva, Caleb veniva pagato per pensare al lavoro, non per risolvere misteri.
Con un grugnito, Caleb si dibatté nell’incertezza. Non poteva sapere cosa sarebbe accaduto girando la manopola, forse una catastrofe o forse niente, ma la curiosità lo stava mangiando vivo. Pur amando il proprio lavoro, doveva ammettere che fosse una mansione piuttosto noiosa e ripetitiva. Questa novità era motivo di interesse sufficiente a gettare al vento ogni cautela, con buona pace di tutti gli avvertimenti che sua madre gli aveva inculcato a forza nella testa fin da piccolo.

Allungò nuovamente la mano e girò la manopola in senso orario. Una sezione del muro non più larga di un metro scivolò di lato, compatta, come su binari invisibili, e rivelò un passaggio. Porco schifo!, esclamò mentalmente Caleb, facendo un passo indietro per la sorpresa.
Tutto si sarebbe aspettato, tranne questo. Un tunnel segreto, là sotto, dove non scendeva mai nessuno se non un manutentore del Distretto!

Prima di poter prendere anche solo in considerazione l’idea di entrare nel nuovo condotto, la sezione di muro iniziò a richiudersi. Caleb saltò in avanti, d’istinto, e si infilò nel tunnel. Il muro si ricompattò alle sue spalle senza un rumore e Caleb si ritrovò per un istante a cercare di orientarsi con la torcia. Poi, come azionata da un timer o da un sensore, una serie di luci al neon iniziò ad accendersi sul soffitto, illuminando il cunicolo. Era sporco, ma non lercio, e il pavimento non era allagato. Si sviluppava per una ventina di metri e, in fondo, si stagliava una porta d’acciaio come quelle dei caveaux delle banche.
Caleb spense la torcia e si avvicinò titubante alla porta. Dove diamine era finito? Chi aveva realizzato questo passaggio, e perchè? Ormai si era spinto troppo oltre per non proseguire, così ruotò la maniglia e rabbrividì sentendo sotto le dita lo stridere di metallo contro metallo.

La porta si aprì su uno stanzone a pianta esagonale. Nella penombra, Caleb vide una postazione video con decine di monitor, tutti accesi, a mostrare diverse zone della città. In un angolo, una mezza dozzina di teche racchiudeva manufatti di una tecnologia che Caleb non aveva mai visto prima e in un altro, dalla parte opposta della stanza, troneggiava una campana di vetro alta due metri che custodiva un vecchio costume da roditore grigio, col mantello blu. Caleb trattenne il respiro. Aveva visto troppi notiziari per non sapere dove fosse finito.

I giornali ne parlavano da anni, ma cercavano di minimizzare la cosa. Una banda di rapinatori digitali era stata sgominata da un vigilante che, se si voleva credere al loro racconto, indossava un costume da coniglio. Anche alcune persone scampate a un incendio avevano riferito di essere state salvate da un tizio con mantello e maschera da coniglio. E il coniglio era stato avvistato in una trentina di altri casi di cronaca degli ultimi quattro anni, con una frequenza sempre più difficile da mettere a tacere. La polizia, imbarazzata dall’efficienza del presunto giustiziere, evitava di rilasciare dichiarazioni in merito, ma i rotocalchi da due soldi, con questa storia, ci erano andati a nozze. Gli avevano anche dato un nome, Lapin Noir, e gli dedicavano servizi roboanti con dovizia di foto sfocate e ipotesi su chi fosse il misterioso vigilante. Secondo certi, doveva essere un riccone annoiato che si divertiva a dare un senso alla propria vita prendendo a cazzotti i criminali, ma Caleb si era fatto un’idea diversa. Il coniglio pareva più un rivoluzionario che non un matto in costume; un liberatore di chi veniva oppresso da quella civiltà di plastica in cui vivevano ormai tutti.

Assorto in questi pensieri, Caleb fu colto alla sprovvista da una voce alle sue spalle. «Chi sei?», chiese la voce, cavernosa e metallica, facendolo rabbrividire. Bloccato sul posto, Caleb non osò voltarsi e, alzando le mani, balbettò: «M-mi chiamo Caleb Storm. S-sono un manutentore del D-distretto e stavo tornando a c-casa dopo…»
La voce si fece più vicina, anche se Caleb non aveva sentito rumore di passi o fruscio di vestiti. Porca l’oca, com’è silenzioso!, pensò. «Non dovresti essere qui», disse la voce con tono minaccioso. Caleb sentì il sudore colargli lungo le scapole a solleticargli la schiena. Era fritto, sicuro! Il coniglio non lo avrebbe lasciato andare, non dopo aver scoperto il suo nascondiglio segreto. «Non lo dirò a nessuno», biascicò tremando. «Del suo covo, intendo. Può stare sicuro, guardi! E anche se volessi dirlo, nessuno mi crederebbe, sa? Io non… non parlo molto con la gente e la gente non mi prende in considerazione. Anzi, se vuole proprio tutta la verità, deve sapere che io non…»

La voce interruppe lo sproloquio, risparmiandogli la vergogna di strozzarsi con le sue stesse parole. «Voltati», disse. Un ordine secco, perentorio, lasciato cadere come una pietra nell’acqua profonda.
Caleb non aveva alcuna voglia di guardarlo faccia a faccia, ma la voce di Lapin Noir non ammetteva disobbedienza. Si voltò.

Ed eccolo là. Alto, muscoloso e più buio di qualsiasi notte avesse mai visto. Una maschera da coniglio gli copriva il volto e un mantello nero gli ricadeva fino ai piedi, celando in parte l’armatura che gli proteggeva il corpo. Per un attimo, Caleb si sentì svenire, ma quando il coniglio scattò in avanti e gli afferrò un braccio per impedirgli di cadere, sussultò come se avesse ricevuto una scossa elettrica e ritrasse il volto, terrorizzato. Perché diavolo non ho tirato dritto e non me ne sono tornato in superficie?, pensò. Mamma continuava a ripeterlo, che ad essere curiosi ci si rimette quasi sempre il naso. Ben mi sta!

«Non avere paura», tuonò la voce di Lapin Noir, per nulla rassicurante.
Caleb tentò di allontanarsi, ma la stretta del vigilante era salda e non lo mollò di un millimetro. «Non voglio farti del male», continuò il coniglio, «ma devi dirmi come hai fatto a finire qui. Se si scoprisse dove mi nascondo, presto o tardi qualcuno verrebbe di certo a farmi la pelle e io non potrei più essere d’aiuto alla città».
Caleb avvertì l’urgenza, nella voce metallica del coniglio. E a dispetto della paura, sentì improvvisamente di potersi fidare. Guardò il gigante nero con soggezione e, tratto un respiro incerto, gli spiegò come aveva notato la piastrella caduta e azionato la manopola segreta.
Il coniglio lo lasciò andare e chinò il capo, assorto. «Cazzo!», esclamò. «Sapevo che il meccanismo era troppo in bella vista! Non mi resta che trasferire il covo da un’altra parte. Maledizione!».

«Non per forza!», lo fermò Caleb, facendo un passo avanti. Quasi gli toccò il mantello per fermare il suo passeggiare nervoso per la stanza, poi il timore reverenziale ebbe la meglio. «In fondo», continuò, «me ne sono accorto solo perché conosco questi cunicoli come le mie tasche, ma per poco non ci facevo caso nemmeno io. Dubito che qualcun altro possa vederlo, nemmeno per sbaglio. Se poi si volesse scongiurare anche una scoperta accidentale, allora…»
«Allora, cosa?», lo incalzò il coniglio con voce roca e terrorizzante.
«B-beh», inciampò Caleb, ma si riprese subito. La prospettiva di essere d’aiuto mettendo a frutto la sua conoscenza delle fognature gli diede il coraggio necessario per parlare in modo più spigliato. «Basterebbe aprire un’apertura nella zona di raccolta sud-est, poco distante da qui. Solo io ho le chiavi di quella stanza ed essendo in disuso da dieci anni, nessuno ci andrà mai a riparare un guasto o a ficcare il naso. E’ proprio accanto al corridoio d’ingresso del covo e potremmo sostituire direttamente la porta con una più robusta. Le chiavi resterebbero a lei solo, in modo da evitare che cadano in mani sbagliate».

Il coniglio lo guardava ritto come una statua di alabastro. Sembrava non respirare nemmeno, tanto era immobile. Caleb continuò: «Poi, basterà che sostituiamo la vecchia piastrella che copre il meccanismo di ingresso dall’altra parte con uno di quei pannelli a pressione che solo se sai dov’è lo puoi trovare, e il gioco è fatto. Due ingressi super segreti e nessuno troverà mai il suo nascondiglio!»

Il coniglio non si mosse per un intero minuto, tanto che Caleb temette di aver esagerato. Strinse i denti, aspettandosi che il gigante lo afferrasse e, sbatacchiandolo come una bambola, gli urlasse con voce gracchiante che non aveva bisogno di un inutile inserviente delle fogne per portare avanti la sua crociata. Ma Lapin Noir inclinò semplicemente la testa e disse: «A vederti così, non lo si direbbe, ma hai un bel cervello». La sua voce raschiava come unghie spezzate su una lavagna, ma Caleb avvertì che il coniglio stava sorridendo, dietro la maschera. «Non l’avevo mai preso in considerazione, prima, ma potrebbe farmi comodo, un aiutante. Che ne dici?»
Caleb sentì che la testa di nuovo iniziava a girargli. Che strana notte, era mai quella! Sorrise, come in sogno, e annuì. «Ne sarei onorato», disse, felice di avere anche lui, finalmente, un amico.


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