Gard scalò di marcia e compensò il leggero sbandamento del camion piegando il volante nella direzione opposta. Quando finalmente le sei ruote motrici trovarono di nuovo mordente sul fondo ghiacciato, si rese conto di aver trattenuto il fiato per tutto il tempo e si impose di respirare di nuovo. C’era andato dannatamente vicino, stavolta!
Finire in panne su quella strada maledetta sarebbe stato un guaio per molti motivi. Prima di tutto, la neve. Su quel pianeta in culo alla galassia che era Collier, le bufere spazzavano il paesaggio senza soluzione di continuità, ululando raffiche di vento in grado di buttare a terra persino un uomo grande e grosso come lui. Poi, il freddo: il cruscotto del camion segnava una temperatura esterna di -40 gradi e, anche con la tuta termica, fare una passeggiata sulla strada avrebbe significato lasciarci le penne. Senza contare, infine, che aveva ormai sorpassato l’ultimo radioarco di emergenza da almeno un paio d’ore e che il prossimo distava altrettanto. Le tempeste di neve rendevano praticamente inservibili altri mezzi di comunicazione a lungo raggio che non fossero i radioarchi e anche solo pensare di raggiungerne uno, a piedi e in quelle condizioni climatiche, era semplicemente ridicolo.

E poi, c’erano i Mambo.
Quando aveva accettato il lavoro su quella palla di ghiaccio, Gard aveva pensato che, neve a parte, si sarebbe trattato di un impiego tutto sommato semplice: la strada A, che stava percorrendo ora, faceva il giro del pianeta da nord a sud e collegava in linea retta le miniere di fiorigemme disseminate lungo il Meridiano Centrale. La strada B, in tutto e per tutto simile alla gemella, collegava invece le città sulla linea est-ovest del Parallelo Zero. Il lavoro di Gard consisteva nel caricare le gemme del Meridiano e trasportarle alle raffinerie del Parallelo, di fatto percorrendo per giorni una strada perfettamente dritta. Un gioco da ragazzi, si era detto. E con una paga da capogiro. Questo prima di imbattersi, durante le lunghe traversate solitarie in mezzo alla tormenta, in camion abbandonati ai lati della strada con le portiere spalancate. Non aveva mai visto uno dei conducenti, ma era facile immaginare che fine avessero fatto. Se non il vento, il freddo e la neve, ci avrebbero pensato i Mambo a far sparire ogni traccia dei malcapitati finiti in panne. A Lacroix, la capitale di Collier, si era ritrovato a bere in compagnia di altri camionisti come lui e le storie che aveva sentito sul conto dei Mambo erano da far rizzare i peli sulle braccia. Albini e magri come stalattiti, aggredivano i viaggiatori che si fermavano lungo la strada e li divoravano nei loro igloo sotto terra. Uno di questi disgraziati si diceva essere riuscito a fuggire, non prima però di aver perso un braccio durante un orrido festino cannibale. Nessuno conosceva di persona il disgraziato in questione, si capisce, e tutta quanta la storia, riportata sempre di seconda mano, poteva essere una grossa panzana, ma in qualche modo spiegava perché la Compagnia assumesse così tanto e così di frequente, offrendo salari a sei zeri.

Raddrizzato il camion, Gard tornò a premere sull’acceleratore. Il rumore del vento sibilava le sue minacce fin dentro l’abitacolo e il ronzio ritmico del tergicristalli scandiva il trascorrere del tempo. Accese la radio di bordo, più per abitudine che altro, e ascoltò l’inutile crepitio statico per alcuni secondi prima di spegnerla nuovamente. Due ore al prossimo radioarco, quello del Crocevia Australe, quando avrebbe svoltato verso ovest in direzione Lacroix. Dodici ore in totale lo separavano da un birra ghiacciata al Faccia di Bronzo e, per buona parte di quel tempo, sarebbe stato completamente isolato.

Due ore dopo, avvistò le prime luci del Crocevia. Le potenti batterie al neon strappavano i bordi della notte in un contrasto di bianco e nero che dava fastidio agli occhi. Gard iniziò a rallentare, pronto a immettersi nella B in direzione ovest. Pochi chilometri prima del grande svincolo, tuttavia, qualcosa per poco non lo fece frenare di colpo per la sorpresa. Stava su un camion da diciotto anni, ormai, e la memoria muscolare delle gambe non lo tradì, ma per un pelo.

C’era un uomo, a lato della strada. Distante, in mezzo alla tormenta, era solo una silhouette indistinta, ma era indubbiamente una figura antropomorfa. Stava camminando? Gard non riuscì a capirlo e strizzò gli occhi, alzando un po’ di più il piede dall’acceleratore. Il camion scese a 70 km orari, avvicinandosi allo sconosciuto. Man mano che guadagnava terreno, anche i battiti del cuore di Gard rallentarono. I pensieri gli si coagularono in mezzo agli occhi come una sinusite, mentre cercava di vedere meglio il matto che passeggiava in mezzo alla tormenta. Ma forse non è matto, pensò cupamente. Forse è uno di quei maledetti mostri che sta cercando di farti accostare in mezzo al nulla per poi strapparti la faccia a morsi con tutto comodo.
In parallelo, un altro pensiero fece eco al primo: O forse, invece, è un camionista anche lui. E’ finito fuori strada e sta andando verso il Crocevia per chiamare aiuto.
Quale delle due ipotesi fosse quella corretta non era dato sapere e non aveva molto tempo per decidere. Se aveva intenzione di fermarsi e caricare il tizio a piedi, avrebbe dovuto iniziare a frenare tra pochi secondi. Una frenata tardiva, poco più energica di una carezza, avrebbe fatto sbandare di nuovo il camion, e in quel caso i Mambo avrebbero pasteggiato con due viandanti invece che uno.

Il camion scese a 60 km orari, ma ancora Gard non frenò. L’uomo sul ciglio della strada era più vicino e Gard vide che barcollava, le braccia ciondolanti sui fianchi, come un sonnambulo. Ma la cosa più folle, se il turbinio di neve che sporcava il parabrezza non lo ingannava, era che il tizio non sembrava dirigersi verso il Crocevia, piuttosto se ne stava allontanando. E questa era una cosa priva di senso. Se stava cercando di contattare la città più vicina, il radioarco del Crocevia era il punto più logico verso cui andare. Anche nel caso il suo camion si fosse fermato più avanti, verso nord, era impossibile che non si fosse accorto di aver superato uno dei due snodi stradali più grandi e importanti del pianeta.
Magari è ferito, pensò Gard. Magari è in stato confusionale. Ha perso il senso dell’orientamento e sta vagando nella tormenta senza sapere dove sta andando. Ma era poco probabile. Le luci al neon del Crocevia erano abbastanza forti da vedersi a chilometri di distanza.

E allora, quale poteva essere la spiegazione a quella stranezza?
Lo sai benissimo, pensò con una smorfia. Quello vuole fregarti, quindi continua per la tua strada e non azzardarti a fermarti.
Tuttavia, ancora lasciò che il suo camion rallentasse per la forza di inerzia. 50 km orari, adesso, e il viandante era a una sessantina di metri di distanza. Nonostante la tormenta, Gard riuscì a vedere che indossava abiti civili, del tutto inadeguati per un clima del genere, e ondeggiava da una parte all’altra come un ubriaco, strascicando i piedi e ciondolando con la testa. Un cappuccio ne celava il volto e la carnagione. Se solo avesse potuto vedere se era albino!

Il radioarco del Crocevia!, pensò ad un tratto. Lo avrebbe raggiunto in pochi minuti, dopo aver superato il viandante, e da lì avrebbe potuto avvertire la prima città occidentale del Parallelo che qualcuno era appiedato sulla A. In questo modo avrebbe soccorso lo sconosciuto senza doversi fermare e la sua coscienza sarebbe stata a posto.
E’ un buon piano, considerò mentre un piccolo nodo di ansia gli si scioglieva dentro, consentendogli di respirare un po’ meglio.
Spostò il piede sul pedale, pronto ad accelerare, e in quella l’uomo sul ciglio della strada si tuffò sulla carreggiata, alzando le mani. I fari del camion lo illuminarono in pieno e Gard vide che aveva gli occhi che scintillavano d’argento e la pelle candida come il latte. Considerò, a posteriori, che forse quel pallore potesse essere soltanto l’effetto della luce intensa dei fari. Gard non lo seppe mai con certezza.
Il tizio a piedi, ormai vicino poche decine di metri, iniziò a sbracciarsi e i fari del camion ne esaltarono i lineamenti distorti, da maschera bestiale. Stava urlando di paura o di bramosia cannibale? Era sangue, quella macchia che gli si allargava sul maglione? E quel sangue, era suo o della sua ultima vittima?

Gard non ebbe tempo di pensare coscientemente questi pensieri, né di formulare un piano d’azione. Nei pochi secondi che lo separavano dall’impatto con lo sconosciuto (un camionista? Un famelico Mambo?), l’unica scelta che restò a Gard, a livello istintivo, fu se tentare o meno di evitare di investire il tizio a piedi mettendo in atto una manovra azzardata che avrebbe rischiato di far finire fuori strada il suo camion. Il cervello di Gard andò in pausa per un attimo, lasciandolo libero di scegliere senza alcun vincolo morale. E Gard scelse.

Schiacciò con forza l’acceleratore e il camion si lanciò in avanti con un urlo sgraziato. Il tizio fu colpito in pieno dal radiatore del camion, poi fu travolto. Anche se non poteva essere possibile per via del fischio assordante del vento, Gard fu certo di udire la testa dello sconosciuto esplodere sotto le grandi ruote del camion, producendo un rumore liquido di frutto maturo. E gli parve di udire le ossa dell’uomo spezzarsi in una serie di macabri schiocchi come di petardi, mentre la carne veniva tritata e si mischiava nella neve in una pappa rossastra della stessa consistenza del gelato.

Gard non poteva fermarsi, non ora, non più, così accelerò ancora e, con il cervello che gli sembrava premere disperatamente contro il cranio, vomitò sul volante. Tra un violento conato e un altro, tentò di tenere la strada, anche se la brusca accelerazione stava facendo sbandare il camion da un lato. E il Crocevia era ormai a un tiro di fucile, così che se avesse tentato di immettersi nel Parallelo affrontando la curva a novanta gradi a quella velocità, di certo si sarebbe ribaltato.

Con un gusto acido in gola e nel naso, Gard sputò sul sedile del passeggero e si preparò alla curva. Scalò di marcia e il motore urlò in segno di protesta. Sfruttando il freno motore, Gard girò il volante per provocare uno slittamento controllato. Il camion scivolò sulla destra, inesorabile, e quando entrò finalmente nel Crocevia, ormai quasi del tutto in testacoda, Gard strinse i denti e il volante con forza.
Controsterzò verso sinistra e al tempo stesso schiacciò il pedale dell’acceleratore con foga, quasi stesse cercando di calpestare il Diavolo in persona. Il camion vibrò violentemente e il motore salì di giri strillando come una donna in travaglio. Per un lungo, terrificante istante, Gard pensò che il camion si sarebbe ribaltato comunque e che, scavalcato di volata il guardrail, sarebbe finito fuori strada in un contorcersi di lamiere. Quando tuttavia le ruote laterali iniziarono a staccarsi dal fondo ghiacciato della strada, il camion urtò con forza il guardrail e si raddrizzò con uno scossone. Gard battè la testa contro il finestrino e imprecò, ma riuscì a tenere fermo il volante.

Era sulla B. Ammaccato e coperto di vomito, ma era miracolosamente sulla B. Il monitor di guida gli disse che non si era ancora allontanato troppo dal raggio d’azione del radioarco del Crocevia. Impostò allora una freccia di testo in cui certificava posizione, direzione e tabella di marcia e la spedì alla città più vicina. Allegò anche una nota sull’incidente, chiedendo l’invio di una squadra di ispezione, e poi tornò a concentrarsi unicamente sulla guida, cercando di regolare il proprio respiro a una velocità un poco più rilassata. Non fu facile.

Il giorno seguente, dopo aver scaricato il camion a Lacroix ed essersi fatto una doccia calda lunga mezz’ora, andò a fare colazione alla Faccia di Bronzo e parlò con il responsabile della viabilità della Compagnia. Avevano inviato una squadra a controllare il tratto di strada da lui controllato, ma non avevano trovato niente. Naturalmente. Che fosse stato un camionista o un Mambo, in ogni caso i mostri avevano fatto sparire la carcassa, famelici.
La Compagnia era abituata ad incidenti del genere, e Gard non avrebbe dovuto rispondere della cosa a nessuno. Supponeva che fossero i vantaggi di lavorare nel business privato, ma cominciava ad averne le scatole piene, soldi o non soldi. Magari avrebbe fatto ancora un paio di viaggi, giusto per potersi permettere un biglietto per una corriera spaziale in partenza verso i Perimetri Interni, e poi basta.

Il responsabile gli comunicò che, dalla prossima consegna, avrebbe dovuto affiancare un nuovo autista in sostituzione di quello che era scomparso un paio di giorni prima, non distante dal terzo chilometro a nord del Crocevia. Gard deglutì a vuoto, pensando che sia il luogo che la tempistica coincidevano in maniera sospetta. Ma l’uomo della Compagnia sembrò fare finta di niente e così fece anche lui.
La strada era una puttana che non guardava in faccia a nessuno. Di tanto in tanto, più spesso in realtà di quanto non piacesse pensare, qualcuno rimaneva indietro, nella tormenta. Gard era sollevato che, almeno per questa volta, a restare indietro non fosse stato lui.


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