Il capitano Dimanche era la paura in un mantello rosso. Scavato nelle ossa e curvo al pari di un vecchio albero sotto le sferzate di una tempesta, entrò nella cella come uno spettro, l’occhio sano iniettato di sangue e la bocca piegata in una smorfia. Sapeva bene quali orribili storie girassero sul suo conto e ne traeva grande soddisfazione. In una galassia dominata dalle luci della Repubblica e dell’Egemonia, il suo incedere tenebroso equilibrava il falso senso di sicurezza di chi si trovava malauguratamente al suo cospetto.

Il prigioniero si appiattì contro il muro, cercando di non dare a vedere il proprio terrore. Il capitano trattenne a stento un sorriso e gli si avvicinò con calcolata lentezza, il mantello che frusciava come le ali di un pipistrello lordo di sangue. Continuando a tenere l’occhio fisso sul giovane, il capitano Dimanche si fermò con le mani dietro la schiena e rimase a contemplarlo dall’alto per qualche istante, senza parlare. Giudicò infine che la sua entrata a effetto fosse durata abbastanza e si decise a terrorizzare per davvero quel povero sventurato.
«Nella mia lunga carriera di pirata», disse con voce gutturale «tu sei il primo clandestino che riesca a salire a bordo della Purgatorio».
Si esibì in un inchino teatrale, che coinvolse solo il suo corpo ma non il suo volto, ostinatamente di pietra. «Notevole, invero. E avremo modo di festeggiare tanta audacia con corde e coltelli, stanne certo. Ma ora, per amore di conversazione, qual è il tuo nome, ragazzo?»

Il prigioniero provò a inumidirsi le labbra, ma non aveva abbastanza saliva. «Fenn», si limitò a gracchiare in un sussurro. «Alexius Fenn, del sacro corpo navale dell’Egemonia Binaria. La prego, non mi uccida!».
Dimanche sollevò un sopracciglio. «Un uomo dell’Egemonia, niente di meno!», esclamò in tono derisorio. «E cosa ci fa un nobile schiavo dei Sintetici sulla mia umile nave, di grazia?». Sorrise soltanto con le labbra e si curvò verso il ragazzo con fare indagatore, scricchiolando come un ramo secco. Probabile che ci fosse del materiale per divertirsi un po’ prima di tirargli il collo, pensò, ma non ci sperava troppo. Il cosmo era diventato una faccenda così noiosa, negli ultimi anni!

Alexius tacque, gli occhi fissi sui canyon che solcavano il volto del capitano. Questi attese per un minuto buono una risposta che non sarebbe arrivata, poi annuì e tornò a sollevarsi in posizione eretta, assumendo i modi spicci di chi ha rapidamente perso interesse in una faccenda già di per sè tediosa. «Come vuoi», disse. «Un traditore della razza umana in più o in meno, per me non fa alcuna differenza».
Si voltò per andarsene ed era quasi giunto alla porta della cella, quando il giovane iniziò a supplicare. «Mi lasci andare!», singhiozzò. «Non rappresento una minaccia, per lei, né una risorsa da sfruttare. La scongiuro, non voglio morire!».

Il capitano Dimanche si concesse una risata sarcastica. Si voltò verso il ragazzo e lo passò da parte a parte con uno sguardo febbrile.
«Ah!», esclamò. «Voi Egemoni siete davvero uno spasso! Avete più paura di chi non è davvero vivo che delle persone in carne e ossa. La vostra stupidità mi disgusta oltre ogni dire». Tornò sui suoi passi, mettendo in mostra un sorriso sbilenco con troppi buchi tra un dente e l’altro. «E sai qual è la cosa più buffa?», domandò. «Purgatorio non è solo il nome della nave. E’, invero, il destino che accomuna tutti coloro che veleggiano sui suoi ponti, nessuno escluso».
Il capitano si protese verso Alexius come un salice verso l’acqua, l’occhio in fiamme. «Io sono morto, ragazzo. Gli uomini al mio comando, sono morti anche loro. Vaghiamo per gli oceani del cosmo da molto tempo, cercando una rotta che ci conduca all’aldilà, e dal tuo sguardo so che sei consapevole di quale destino ti attenda se non mi rispondi. E nonostante questo, tu hai più timore di cosa ti farebbero i Sintetici se mi dicessi perché sei qui. E’ divertente, lo ammetto, ma non così tanto da sprecare altre parole con uno come te».
Senza distogliere lo sguardo dallo sventurato, il capitano parlò nel comunicatore. «Buttatelo fuori bordo», ordinò. «Che sia il vuoto dello spazio a sbarazzarsi di questa immondizia al posto nostro».

Tornato in plancia, Dimanche si accomodò stancamente sulla sua poltrona da capitano e contemplò la distesa di stelle che si espandeva in ogni direzione fuori dalla nave. Il corpo di Fenn, scagliato nel nulla siderale, volteggiava rigido e ghiacciato nel quadrante Y-19.
Corrucciato, il capitano pensò che qualcosa non quadrava, in quella faccenda. Aveva imparato ormai da tempo a fidarsi del proprio istinto, dunque prese a rigirarsi tra le mani la matassa di pensieri che gli affollavano la mente, cercando di sbrogliarla in qualche modo.
Tanto per cominciare, aveva posto al ragazzo la domanda sbagliata: non era tanto importante il perché fosse salito a bordo, quanto il come. I sensori della nave non avevano registrato l’attracco di alcun velivolo, piccolo o grande che fosse, e nell’hangar non c’erano altri mezzi di trasporto che non fossero i monoposto per gli sbarchi a terra della Purgatorio, aveva controllato. Allora, come diavolo era arrivato fin lì, questo Fenn? Non era possibile che fosse salito di nascosto durante il loro ultimo attracco su Tataus, perché era avvenuto dodici anni prima e, a quell’epoca, nessuno di loro era ancora morto. Dunque, come?

«Tutto bene, capitano?».
Dimanche si voltò a guardare il volto del quartiermastro. Con il suo naso adunco e la pelle grigia e tirata sugli zigomi, il signor Rand assomigliava in tutto e per tutto a uno scheletro con i vestiti addosso.
«Riflettevo, signor Rand», rispose, massaggiandosi le tempie.
«Avete ordini?».
Dimanche lasciò vagare lo sguardo sul ponte di comando, dove una mezza dozzina di uomini operava su terminali e tastiere luminose. «Fate rotta verso Dagon», ordinò. «Abbiamo bisogno di provviste».
«Signorsì, capitano». Rand fece il saluto e tornò al proprio posto per trasmettere le direttive. Il capitano tornò a riflettere, ancora più cupo.

Provviste. Si erano recati su Tataus dodici anni prima, quand’erano tutti ancora vivi. Da allora, non erano più sbarcati ed era una cosa molto strana. Impossibile, a dire il vero. La stiva della Purgatorio, a suo pieno carico, poteva contenere provviste per due anni, non di più. E dal momento che lui e la sua ciurma erano morti sei anni dopo, come erano sopravvissuti nei quattro anni successivi al termine delle loro scorte? Era forse presumibile che fossero morti ben prima di quanto ricordasse? Era un’ipotesi campata del tutto per aria, eppure…

Per un attimo, sollevando la testa dopo aver contemplato per lunghi minuti il pavimento cercandovi delle risposte, gli parve di vedere il ponte di comando completamente vuoto. I terminali spenti, polverosi, erano inghiottiti dalla penombra di un luogo che non veniva usato da molto tempo. Nessuna traccia di Rand, nè di nessun altro. La nave stessa gli sembrò morta, silenziosa come un relitto abbandonato.
Sul bracciolo della sua poltrona lampeggiava sempre più fioco l’avviso di avaria generale ai motori e, guardando fuori, gli sembrava che la Purgatorio stesse ruotando lentamente sull’asse di tribordo.
Vicino alla postazione che un tempo era stata del quartiermastro Rand, quelli erano forse i resti dilaniati di una mano e di una gamba umane? Ed erano segni di denti, a spiccare sulla carne?

Una mano gli calò sulla spalla. «Capitano», disse Rand. «Abbiamo trovato un clandestino a bordo. Il codice a barre sulla sua retina lo identifica come il guardiamarina Alexius Fenn, del trasporto binario Prosperity. Lo abbiamo rinchiuso nella cella A-4».
Dimanche corrugò la fronte. «Un clandestino?», domandò. «Come ha fatto a salire a bordo senza far scattare i sensori?».
«In effetti, non lo abbiamo ancora interrogato», rispose Rand, dritto sulla schiena. «Abbiamo pensato che avrebbe voluto farlo lei».
«Avete pensato bene», ringhiò il capitano, alzandosi dalla poltrona. Il ponte di comando era operativo come al solito, con i suoi terminali e le sue tastiere luminose. Nel giro di pochi esagoni di tempo avrebbero raggiunto Dagon per fare scorte di cibo, poi avrebbero tracciato la rotta per il Diamante Esterno. Forse, lì, avrebbero finalmente trovato un modo per raggiungere l’aldilà e riposare per sempre.

Prima, però, c’era questo piccolo intoppo di cui occuparsi. Indossò quindi lo sguardo più truce che possedeva e si diresse nella stiva.
Il prigioniero si appiattì contro il muro, cercando di non dare a vedere il proprio terrore. Il capitano trattenne a stento un sorriso e pensò che, forse, c’era materiale per divertirsi un po’, prima di tirargli il collo. Non osava sperarci troppo, in un universo così noioso, ma che diamine! Anche ai morti, ogni tanto, era concesso di sognare!


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