Jake O’Brien aveva fastidio alle gengive e non era mai un buon segno. Succedevano cose strane, quando gli davano fastidio le gengive, e sapeva che anche questa volta sarebbe finita male. Lo sapeva da quando aveva messo piede in quella topaia che avevano il coraggio di chiamare saloon. Era infatti uno di quei locali bizzarri, tipici dell’est, in cui si servivano anche i robot, e i robot erano piuttosto negligenti in fatto di pulizia personale. Tutti presi nei loro pensieri fatti di numeri, coseni e statistiche, arrugginivano e non si curavano delle scaglie rossastre che disseminavano ovunque, o di riparare le perdite di olio motore che affliggevano i loro meccanismi. Così, i pochi locali che li ospitavano finivano per assumere un aspetto in generale untuoso, come il garage di un mandriano analfabeta, e la clientela umana si riduceva a tutti quei relitti alcolizzati e polverosi, molti in verità, che se ne fregavano di sedersi su sgabelli appiccicosi o di bere da boccali che puzzavano di uova marce, perché non restava cosa più importante da fare, al mondo, che uccidere quante più cellule grigie possibili e tanti saluti a questa squallida realtà.
Quando però era entrato attraverso le porte a molla del saloon, Jake si era reso conto che non erano solo i robot a comporre una clientela a dir poco discutibile. Li aveva fiutati, prima ancora che vederli, la qual cosa non era particolarmente facile nonostante tutto quel sudiciume.
Mutanti! Tre, per la precisione, due dei quali al bancone a tracannare un intruglio del colore del fango in bicchierini da whisky e uno intento a giocare a Specchi in compagnia di un robot scassato e di un vecchio seminagrano. Avevano tutti e tre la pelle butterata di chi ha ricevuto in dono dai genitori un patrimonio genetico avariato dalle radiazioni di un secolo fa. Quelli che bevevano, a parte i volti squagliati come gelato al sole, un numero di occhi superiore a due e il fetore di plastica bruciata, li si sarebbe potuti scambiare per persone quasi normali. Quasi. Quello al tavolo da gioco, invece, quello proprio no.
L’aborto che scrutava le proprie carte era un uomo ben piantato, forse di trenta, quarant’anni, con una testa minuscola da feto deforme. Sbavava dalla bocca imbronciata e i suoi occhi a palla, coperti quasi del tutto da palpebre cianotiche, erano umidi di muco giallastro. Farfugliava a bassa voce nel silenzio del saloon, mentre con le dita tozze accarezzava il bordo delle carte, assorto in quelle che parevano le vane elucubrazioni di un idiota. Il mucchietto di denti e piastrine di metallo davanti a lui dimostrava che le carte, almeno per quella sera, gli stavano girando bene. Jake aveva frequentato tutti i tavoli da gioco a nord di Blizzard e aveva subito capito che spennare un’oca così grassa non sarebbe stato affatto un gioco da ragazzi. Nonostante l’aspetto da povero mentecatto, il mutante sembrava sapere il fatto suo, o era fortunato come tutti gli idioti. Ma a Jake non erano rimasti che pochi denti e uno sceriffo che lo tallonava da quando aveva lasciato la contea di Crook. Se voleva prendere una corriera e levarsi dai coglioni una volta per tutte, doveva alzare un po’ di grana, e farlo in fretta.
Così si era avvicinato al tavolo, non prima di aver chiamato l’oste con un cenno della mano, e aveva chiesto di unirsi alla partita. Il mutante aveva sbavato, oscillando sulla sedia come se stesse per pisciarsi addosso. Il robot, un vecchissimo modello HIM.400 con le cromature argentate ormai scrostate e la voce inframmezzata da frequenti clic e interferenze, lo invitò a sedersi, mentre l’agricoltore, un vecchio albino con una salopette lurida di sudore e sporcizia e un paio di occhiali grandi come schermi trivù, grugnì scostante e sputò in terra.
L’oste sopraggiunse claudicante, spostando con circospezione il baricentro dell’ampio ventre per non cadere. Posò davanti a Jake una birra talmente chiara da sembrare acqua, mentre il robot finiva di mischiare le carte e si apprestava a distribuirle. Jake posò tre denti al centro del tavolo, come gli altri. La puntata minima era piuttosto bassa, ma cercò di non preoccuparsene. La prudenza degli avversari, portando pazienza, alla lunga conduceva quasi sempre a una pesca piuttosto fruttuosa. Sperava solo che il fastidio alle gengive non peggiorasse, anche se ci credeva poco.
Perse di proposito le prime mani. Le risatine gorgoglianti del mutante e il suo puzzo ravvicinato facevano venir voglia di vomitare, ma Jake cercò di tener duro. Far vincere lo scherzo di natura aveva messo in luce alcune cose importanti. Gli scricchiolii del robot, ad esempio, peggioravano via via che il suo gruzzolo di denti si riduceva: così, era facile predire i suoi bluff e andarli a vedere. L’agricoltore, dal canto suo, era un tipo iracondo e non fu complicato provocarlo in una serie di rilanci azzardati che gli fecero perdere quasi tutte le piastrine in suo possesso. Jake lasciò una mano con tre Imperatori per far ingrassare il malloppo e l’ego del mutante. Al quinto giro di carte, quando il piantagrano fu fuori dai giochi, la trappola era quasi pronta. Si massaggiò la mandibola, teso. Il fastidio alle gengive era diventato un dolorino sordo, come decine di aghi piantati nella polpa molle che ancorava i suoi denti. Restava poco tempo, maledizione!
Il robot tentò un bluff, ma sia Jake che il mutante andarono a vedere, sbugiardandolo. La calata del mutante mostrò una coppia vestita in blu, ma Jake aveva un tris di Puttane che valeva gli ultimi cinque denti e due piastrine del robot. L’uomo di latta produsse un lungo fischio elettronico e tacque per sempre, seduto immobile al tavolo da gioco. Rimaneva solo il mutante, adesso, e farlo fuori sarebbe stato molto difficile e molto pericoloso. Il mostro sbavava a più non posso, contrariato, e grattava il tavolo con le unghie sbrecciate. Con un brivido di presagio, Jake pensò che quello doveva essere il suono di un uomo che grattava disperatamente da dentro una bara.
Deglutendo a fatica ma sforzandosi di mantenere lo sguardo fermo, Jake prese le nuove carte e buttò in mezzo al tavolo una piastrina. Era un’apertura un po’ azzardata, così al buio, ma contava di spiazzare il mutante. Così fu. Le mani giganti della creatura contarono a fatica venti denti e li lanciarono a coprire la puntata. Alcuni clienti del saloon si erano avvicinati al tavolo per assistere. Non così vicini e non così tanti, a dire il vero. Lo straniero era un osso duro e una sfida come quella non si vedeva tutti i giorni, ma Sugar era pur sempre un mutante di due metri e mezzo e poteva schiacciare la testa di un uomo con una sola mano, quindi era meglio trattenere il fiato a distanza di sicurezza.
Jake sbirciò le proprie carte: full di Imperatori. Senza tradire nemmeno l’ombra di un sorriso, puntò basso, due denti, e lasciò che fosse il mutante a impiccarsi da solo. Così, quando il gigante rilanciò di due piastrine per sbatterlo fuori, Jake resistette alla tentazione di alzare ancora di più la posta. Non ancora, si disse. Anche se il dolorino alle gengive si era evoluto in un vero e proprio dolore pulsante, doveva pazientare e cucinarsi Testa di Feto solo un altro po’. Coprì la puntata e andò a vedere: il mutante calò un tris d’Ossa e, realizzato di aver perso, menò un pugno poderoso al tavolo e gridò il proprio disappunto.
Jake non fece una piega, intento com’era a tenere a bada un dolore alle gengive ormai martellante. Quattro o cinque astanti, invece, decisero che la serata invecchiava troppo rapidamente e uscirono dal locale in fretta e furia. Tirava una brutta aria e, se lo straniero avesse vinto, era più salutare non rimanere nel raggio d’azione di un mutante incazzato, così pagarono al volo le loro consumazioni e sparirono.
Jake raccolse i denti e le piastrine in palio e mischiò nuovamente le carte. Un ultimo giro di giostra, pensò faticosamente, mentre le gengive gli pulsavano talmente forte da farlo lacrimare. Strinse malignamente i denti, cercando il dolore, sperando con tutto il cuore di resistere, questa volta. Distribuì le carte e attese la puntata.
Il mutante spostò l’intero suo gruzzolo di denti e piastrine al centro del tavolo, poi si battè un pugno chiuso nella mano aperta in segno di sfida e attese. La sua minuscola testa vibrava di eccitazione, e anche se non gli era possibile stabilirlo con certezza, Jake pensò che il mostro stesse ridendo sotto i baffi, soddisfatto.
Pur ridotti a un continuo sciabordio di luce rossa e dolorante, i pensieri di Jake si coagularono in un ultimo, lapidario concetto: Sono fottuto! La trappola era infine scattata, ma la preda non era quella designata.
Puntò tutto anche lui, perchè ormai il tempo stava per finire e non poteva permettersi di indugiare oltre. Fanculo!, che andasse come doveva andare, pensò. Poi il dolore lo prese del tutto. Le carte erano pesanti come piombo e gli parve di metterci parecchi minuti prima di riuscire a sollevarle dal tavolo. Per metterle a fuoco, gli ci volle anche di più, ma alla fine, in mezzo al frastuono che gli rotolava nella testa, Jake vide una sola Puttana (la Gran Dama di Cuori) e altre quattro carte spaiate. Al mutante bastava una coppia, o addirittura un Imperatore tutto solo soletto, per accaparrarsi la posta. Eppure, il corpo del gigante si era irrigidito e la sua bocca bavosa risucchiava aria tra i denti in sibili nervosi. Calarono le loro mani nello stesso momento e Jake, con un sospiro interiore, ebbe la conferma che anche quella sera sarebbe finita male, come tutte le altre volte.
Il mutante aveva solo un Infante. Un misero Infante di Picche.
Prima che il mutante rovesciasse il tavolo da gioco e si avventasse su di lui in preda a un raptus omicida, Jake chiuse gli occhi e si lasciò annegare nel dolore alle gengive. Era una sensazione così intensa da cancellare la consapevolezza di avere dei pensieri, un corpo, una realtà da occupare. Una melassa in cui i suoi sensi galleggiavano privi di peso, cibandosi di loro stessi e restituendogli uno stato di lucidità in cui aveva la sensazione di vivere dieci volte più veloce del normale.
Più veloce anche del dolore.
Riaprì gli occhi pochi istanti dopo, pronto a fronteggiare la morte nella sua incarnazione di aborto urlante dal corpo gigantesco e dalla testa minuscola di neonato. Si ritrovò però già in piedi, malfermo sulle gambe. Il saloon era un immobile teatro di guerra. Tra i resti fracassati di tavoli e sedie giaceva una dozzina di cadaveri. Lo specchio dietro il bancone era in frantumi e l’oste sedeva scomposto in terra, un foro di proiettile in testa. L’aria era satura del puzzo di sangue e carne abbrustolita e Jake si domandò se in cucina non stesse bruciando un hamburger. Poi abbassò lo sguardo e, come in trance, vide che teneva in pugno le sue pistole, ancora fumanti. In terra, ai suoi piedi, decine di bossoli. I polpastrelli delle mani gli dolevano, ustionati da un’intensa sparatoria che non ricordava affatto, e Jake si rese conto che l’odore di carne bruciata emanava dalle sue stesse mani.
Con la sensazione di avere le gambe di vetro, scavalcò il mutante crivellato di colpi e si chinò a raccattare da terra i denti e le piastrine cadute dal tavolo da gioco. Scosse la testa per scacciare una vertigine e contò il premio: quaranta denti e diciotto piastrine. Erano sufficienti per pagare una corriera che lo portasse fin sulla luna, se lo desiderava!
Gli occhi vitrei dei morti ammazzati sul pavimento lo guardarono con malanimo mentre raccoglieva il cappello da terra, se lo sistemava di nuovo sulla testa e, barcollando, guadagnava l’uscita. Lo sceriffo che gli stava attaccato al culo non avrebbe fatto fatica a capire che Jake era passato di lì. Era una bella rogna, ma ci avrebbe pensato a tempo debito. L’unica cosa che contava, e di cui era grato, era che le gengive non gli dessero più fastidio. Avrebbe cercato di non preoccuparsi delle amnesie che accompagnavano il dolore. O almeno, ci avrebbe provato fino alla prossima partita.



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