A Rose non piaceva essere presa in giro, nossignore. Arrivata all’età di novantun’anni, si poteva ben dire che si fosse guadagnata il diritto di pretendere rispetto dal prossimo. Era un diritto che ormai esercitava alla stregua di un dovere. C’era il suo fido bastone ad aiutarla nel compito ed erano in pochi, una volta assaggiato il rivestimento in acciaio di quella verga infernale, a chiederne una seconda porzione.
Rose viveva in un appartamento al settimo piano di un palazzo senza futuro. L’appartamento era di suo figlio, che però ora era in prigione. Lo avevano incastrato, si capisce, e adesso lei teneva l’appartamento in ordine, in attesa che ritornasse. Non era tanto sprovveduta da non sapere che, forse, il suo figliolo non l’avrebbe rivisto mai più; nè da non vedere che, tenendo in ordine l’appartamento, in realtà cercava di tenere in ordine sé stessa. L’età, tra le sue amarezze e i suoi rimpianti, aveva di buono che le permetteva finalmente di non raccontarsi più balle. Si viveva un po’ più tristi, ma sicuramente con meno zavorre.
Il fatto che non fosse davvero suo figlio, biologicamente, non minava in alcun modo la forza dei suoi sentimenti e delle sue intenzioni. Aveva ormai imparato da tempo che la famiglia molto spesso non nasce da stretti legami di sangue e che, anzi, spesso le maggiori delusioni arrivano proprio da chi condivide il tuo stesso patrimonio genetico. E poi, lei aveva sempre avuto un debole per i randagi.
L’altro suo figlio, quello vero, era stato preso dai Los Muertos. Era sempre stato geloso del fratello e aveva finito col prendere decisioni sbagliate. Le decisioni sbagliate lo avevano portato a frequentare giri sbagliati e da lì, la spirale era stata inevitabile. Rose non lo vedeva da quando i Muertos lo avevano preso e non poteva dire, in tutta onestà, che fine avesse fatto. I Muertos sapevano essere spietati e Rose aveva deciso di comportarsi come se Tommy fosse morto. Così, faceva meno male. O almeno, il dolore che provava era un pochino più sopportabile, e Rose cercava in tutti i modi di farselo bastare.
Non aveva paura dei niños su due ruote (era vero come il cielo che lei stessa aveva bazzicato uno di quei club di squinternati, negli anni in bianco e nero della sua giovinezza), nè si preoccupava della propria incolumità, posto che se ne fosse mai preoccupata per una qualsiasi altra ragione. Ma i Muertos erano soliti imperversare per tutto il quartiere, sgasando con quelle loro ridicole motociclette fuori misura e le loro ancora più ridicole toppe sulla schiena. Spaccavano cose e ne rubavano altre, si capisce. Nella maggior parte dei casi, nessuno si faceva male. Nessuno era così stupido da mettersi in condizione di farsi fare del male e se il codice del club impediva loro di aggredire una vecchia dalla lingua troppo lunga, di sicuro si sarebbero rifatti con qualcun altro, per rappresaglia. Così Rose se n’era rimasta buona e non aveva alzato il baule, per quieto vivere. Fino alla notte precedente.
Quella notte, i Muertos avevano esagerato. Come ogni dannata sera, avevano sfilato lungo la Colt come se fossero stati i padroni della città, ammorbando l’aria con i loro fumi di scarico e con il rombo dei loro motori. Poi erano entrati al “Rosso di sera” per fare bisboccia e, tempo un’ora, la maggior parte di loro era ubriaca fradicia. Tutto da copione, come sempre. Ma quella volta, qualcosa era andato storto. Forse Joe, il barista, aveva fatto un commento di troppo, o forse a uno di quegli animali non era andata a genio la musica che suonava il juke-box, oppure un’altra fesseria del genere. Fatto sta che, alla fine, avevano dato fuoco al locale. Joe non era diventato un tacchino arrosto per puro miracolo, ma il suo pub era cenere e la polizia non avrebbe mosso un dito. Laggiù nei bassifondi, nessuno si sarebbe mosso contro i Muertos, nemmeno i pagliacci in divisa. Toccava a Rose, che ne aveva la misura colma. Non aveva piantato casino per Tommy, a suo tempo, ma era stato un errore. Evidentemente la consideravano una debole. Presto avrebbe chiarito la faccenda una volta per tutte.
La sera successiva indossò il suo abito migliore e lo coordinò con i guanti e le perle. Pose particolare cura nel pettinarsi e nello scegliere il tono di rossetto più appropriato da applicare alle labbra. Poi, prima di uscire di casa, inforcò gli occhiali e strinse a sè il bastone. Pareva una nobildonna in procinto di recarsi in chiesa, la domenica.
Una volta scesa al piano terra con l’ascensore, accese una sigaretta e sbuffò. Il signor Donovan, al banco dell’atrio, le lanciò un’occhiata da dietro una cortina di fumo di sigaro ma non osò dire niente. Nè lei lo degnò di uno sguardo, della qual cosa lui non poté che felicitarsi. C’erano già troppi pazzi, in giro per il quartiere, senza doversi per forza attirare le ire della campionessa in carica dei lunatici. Proprio no!
Uscita in strada, Rose allacciò meglio il suo cappotto e si diresse verso nord, lungo la Colt. Non le ci volle molto per giungere là dove sorgeva il “Rosso di sera”. Le travi del soffitto avevano ceduto e una parte del tetto era crollata, travolgendo il biliardo e una parte del bancone. Le fiamme avevano divorato quasi tutto, lasciando solo elementi anneriti e figure stilizzate di sedie e tavoli carbonizzati che conservavano a malapena le loro forme originali. Pigre volute di fumo si alzavano ancora dalle braci, come spettri tra le macerie, e ovunque i suoi occhi si posassero, c’erano solo fuliggine e risentimento.
Quello non era stato solo un pub, ma una promessa. Un impegno.
Era stato proprio lì che il suo povero marito, Eustace, le aveva chiesto di sposarlo. Non era mai stato il tipo romantico, Eustace, e del resto non lo era neanche lei, ma quella volta si era sforzato di fare le cose come si deve, di farla sentire come in un film. Si era persino inginocchiato, il povero Eustace, nonostante l’anca lo tormentasse già allora, quando erano ancora giovani e la vita aveva appena appena iniziato a rivelarsi per quella gran stronza che era.
C’erano state le note dei Crimson Jam, nell’aria, e il suo futuro marito aveva inciso le loro iniziali su uno dei tavoli vicino al juke-box. Erano passati sessant’anni da quella sera, ma Rose la ricordava come se fosse ieri. Ora, il suo passato era ridotto in fumo e il responsabile, in un modo o nell’altro, gliel’avrebbe pagata. Doveva solo aspettare. E, a novantun’anni, la pazienza non era certo un suo difetto.
L’attesa, tuttavia, fu breve. Il rombo dei motori dei Muertos si insinuò nel silenzio della sera, dapprima come un sussurro tossicchiante in lontananza, poi diventando man mano più corposo, pieno e vicino. Rose si spostò faticosamente al centro della strada, sorretta dal suo bastone e da sessant’anni di ricordi. Piantò i piedi meglio che potè e attese di veder sbucare la banda da dietro l’angolo.
Finalmente, i fari delle motociclette rigarono la notte e colpirono Rose, allungando la sua ombra per diversi metri dietro di lei. Il boato degli scarichi riempì la strada e la donna strinse un po’ di più il suo bastone.
Quando i Muertos la raggiunsero, si fermarono a semicerchio attorno a lei, i motori accesi come il ringhio basso di una muta di fiere pronte a saltarle alla gola. Infine arrivò il capo della gang, minaccioso e nero come la bocca di un fucile. Smontò dalla moto e guardò Rose, mentre i suoi sgherri spegnevano i motori all’unisono, coprendo la strada con un pesante sudario di silenzio. Nessuno dei due parlò per quella che sembrò un’eternità. Poi, uno dei niños fece per scendere dalla moto e proruppe stizzito: «Chi cazzo è questa, si può sapere?!»
Il capo mantenne gli occhi su Rose e latrò: «Rimetti il culo sulla moto, Alvarez, e fai silenzio!». Alvarez si ritrasse boccheggiando e obbedì. «Ti trovo bene» riprese poi il capo, rivolgendosi alla vecchia con voce più conciliante. A quel punto, Rose non riuscì più a trattenersi.
Piantò il bastone dritto nell’inguine dell’uomo con un movimento così preciso da far pensare che non fosse affatto la prima volta in cui si esibiva in quel trucco. Il capo dei motociclisti, preso alla sprovvista, si piegò in avanti per il dolore e Rose gli agguantò un orecchio, torcendolo forte come a volerglielo staccare. «Maledizione, vecchia! Mollami!» gracchiò l’uomo, piegato su un lato sotto l’implacabile morsa di Rose. La loro differenza di peso era notevole, ma sembrava di colpo annullata come sotto l’effetto di un qualche incantesimo.
I suoi compari, impietriti sulle moto, osservavano la scena allibiti, senza riuscire a muovere un muscolo. Da dov’era mai sbucata fuori, questa pazza che umiliava così i Muertos? Era il caso di intervenire? Era una vecchia, dopotutto, e loro invece una dozzina di omaccioni!
«Thomas Andrew Brown!» scandì Rose con voce abbastanza forte da svegliare tutto il vicinato. «Tuo padre morirebbe un’altra volta, se potesse vedere come ti sei ridotto! Vergognati!». E intanto continuava a ghermire l’orecchio dell’uomo e a tenerlo inchiodato su un ginocchio. Non fosse stato per la stazza, per la costrizione e per le lacrime di dolore, sarebbe stato il ritratto sputato di Eustace nell’atto di chiederle di sposarlo. Considerò che, a volte, il passato aveva modi ben strani per tornare di moda.
«Mollami, ma’! Ti prego!» sibilò Tommy con un filo di voce. Il resto dei Muertos tratteneva il fiato, indeciso sul da farsi. Rose tirò il figlio un po’ più vicino, sempre per l’orecchio, e questi gemette. «Non credo di aver capito cosa hai detto» rispose calma e Tommy, il capo di una delle gang più temute del distretto, si arrese senza riserve.
«Ti chiedo scusa» disse l’uomo, poggiando anche l’altro ginocchio a terra in segno di sottomissione. «Tutti noi ti chiediamo scusa»
Gli scagnozzi di Tommy “Calavera” Brown non se lo fecero ripetere. La testa bassa, mormorarono tutti le loro scuse e Rose li guardò ad uno ad uno con occhi truci. Nessuno si azzardò a ricambiare lo sguardo.
«Ricostruiremo questo posto, ma’» continuò Tommy, contrito. «Non avevo intenzione di bruciarlo, mai nella vita. E’ stato un incidente. So che significava molto, per te. Anzi, eravamo qui proprio per fare una lista di cosa ci servirà per rimettere in sesto il “Rosso di sera”»
Il capo dei Muertos era un uomo grande e grosso, e Rose ormai non gli stringeva più l’orecchio, anzi lo guardava con rinnovato affetto, ma continuava a restare in ginocchio e a piangere come quando, molti anni prima, tornava a casa con tutte e due le ginocchia sbucciate, o il naso che sanguinava. Certe cose, pensò Rose, non cambiano mai.
La vecchia si appoggiò alle spalle del figlio e, con un grugnito e un rumore secco di articolazioni, si mise in ginocchio anche lei. Poggiò la testa sulla fronte di Tommy, grata, mentre il resto dei Muertos faceva loro corona con la luce dei fari. Sorrise di nuovo, sentendo un peso che finalmente, dopo molti anni, le veniva sfilato via dal cuore. Forse suo figlio non era ancora morto, dopotutto.



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