Wang Yen era un ragazzo anonimo, con un lavoro sottopagato in un ristorante di periferia, ed esaudiva i desideri. Non era sempre stato così, anzi la sua strana abilità era comparsa solo quando aveva preso servizio al “Pesce Fuor d’Acqua” del signor Ming, sei mesi prima, e in tutto il trambusto che ne era seguito non aveva avuto il tempo di riflettere sul perché fosse capace di fare quello che faceva. Ma mentre il vecchio spadellava in cucina canticchiando un motivetto volgare, Yen considerò che le cose sarebbero andate a finire molto male se non fosse riuscito a trarsi d’impaccio, e alla svelta.

Il ristorante era poco più che un bugigattolo incastrato tra due palazzi. L’unico tavolino non era mai occupato perché la maggior parte della gente ordinava a portar via e non si fermava, e anche in caso contrario, non si sarebbe certo creata una ressa. I piatti del signor Ming erano scontrosi quanto chi li preparava e solitamente gli unici clienti erano operai squattrinati e tossici con la salivazione a mille. Il signor Ming diceva sempre, sdegnato, che a quella gentaglia avresti potuto dar da mangiare i sassi, a patto che costassero poco, e Yen si limitava ad annuire grave, senza guardarlo mai negli occhi.

Era stato assunto perché Ming era un vecchio zio di secondo grado di sua madre. Roba che si erano visti, forse, due volte nella vita, ma era l’unico parente che potesse darle una mano. Il fatto che l’uomo avesse un pessimo carattere e dato sfoggio in più occasioni di un’indole violenta non l’aveva dissuasa dal rivolgersi a lui. Perchè se anche Ming le faceva paura, l’idea che il figlio non avesse un lavoro e potesse finire in qualche gang di motociclisti le faceva più paura ancora. Così Yen aveva preso servizio come lavapiatti e la prima sera, quando gli era scivolata di mano una ciotola che si era infranta sul pavimento di piastrelle, era stato sgridato duramente. Solo quando aveva protestato, però, Ming lo aveva schiaffeggiato in volto. Un colpo preciso sotto lo zigomo, a mano aperta, che lo aveva lasciato senza fiato a sentire il ronzio sordo dei denti in bocca. Si era ripromesso, quindi, di restare sempre in silenzio.

Per punizione, Ming lo aveva messo a spazzare e a lavare il pavimento due volte al giorno. Almeno così, aveva detto, non avrebbe potuto combinare guai. E invece, qualche tempo dopo, Yen aveva urtato il secchio e rovesciato acqua sporca su un pavimento in realtà già lurido. Ming, come da copione, gli aveva urlato contro e Yen se ne era stato zitto, perché col cavolo che voleva ricevere un altro scapaccione! Ma aveva alzato gli occhi e lo aveva guardato in faccia. Brutto errore. E così, questa volta era stato preso per i capelli e costretto in ginocchio, la faccia premuta contro le piastrelle umide, come un cane che viene rimproverato per aver pisciato sul tappeto. Respirando come attraverso un panno muffito, avrebbe preferito uno schiaffo. Da quel giorno, non parlava e teneva gli occhi sempre fissi a terra.

Ora, Yen scriveva. Il vecchio lo aveva messo al tavolino che tanto nessuno occupava mai, dandogli un pennino e numerose striscioline di carta. Ming era un maiale, sicuro, ma aveva a cuore le tradizioni. Per tradizione, un parente non veniva mai abbandonato, anche se era un impiastro come Yen. Alla peggio, gli si affidava un compito talmente elementare che anche una scimmia sarebbe stata capace di assolverlo. Per tradizione, nondimeno, ogni cliente doveva lasciare il ristorante con un biscotto della fortuna. E quelli, a dispetto dei cibi precotti che spacciava per genuini, Ming li preparava personalmente, a mano. Erano, in verità, l’unico suo motivo di vanto e orgoglio.

Yen era incaricato di scrivere gli oracoli all’interno dei biscotti, ed era un compito noioso. Se le prime strisce di carta, infatti, erano state riempite con relativa facilità, con il passare dei giorni era diventato sempre più difficile inventare nuove frasi premonitrici dando loro un tono misticheggiante. Presto otterrai ciò che desideri, Sarai promosso sul posto di lavoro, o ancora: L’uomo dei tuoi sogni è proprio dietro l’angolo erano solo alcune delle sciocchezze che si ritrovava costretto a scrivere, giorno dopo giorno, in modo che il vecchio potesse continuare la sua stupida tradizione. L’unico aspetto positivo di tutta quella faccenda era che Ming non lo aveva più sgridato né picchiato, quindi tutto sommato poteva dirsi soddisfatto della nuova mansione.

E poi, era iniziato a succedere.
Stanco di restare sul vago, Yen aveva iniziato a scrivere oracoli sempre più specifici, così, per divertimento. Tua moglie ti tradirà con il tuo migliore amico, oppure Vincerai alla roulette puntando sul 17 nero e cose di questo tipo. Un cliente, qualche tempo dopo, era tornato al ristorante e si era congratulato con Ming. L’oracolo si era rivelato molto accurato, tanto da permettergli di evitare una truffa finanziaria orchestrata dal cognato. E non era stato l’unico.
Nelle settimane successive, ogni giorno, almeno un cliente tornava e ringraziava per gli oracoli ricevuti, portando con sè un nuovo cliente. E così la voce aveva cominciato a spargersi, seppur lentamente.
Il “Pesce Fuor d’Acqua”, che fino a qualche settimana prima era deserto per la maggior parte del tempo, ora iniziava a ingranare e a fare bei soldi. Non si creava mai una fila davanti all’ingresso, ma i clienti sciamavano avanti e indietro senza posa, tutto il giorno, nella speranza di veder realizzato un desiderio.

Ming, che non si poteva dire essere un uomo intelligente, possedeva però una scaltrezza animale che lo aveva portato a sopravvivere come uno scarafaggio attraverso le mille avversità del vivere in quella fogna a cielo aperto che era la città. E a fiutare gli affari, soprattutto quelli più loschi. Così aveva preso da parte il ragazzo, una sera a fine turno, e aveva detto: «Da quando scrivi gli oracoli, gli affari sono aumentati. La gente crede che ciò che scrivi si avveri e questo fa bene al registratore di cassa». Aveva uno sguardo da faina e Yen aveva tenuto la testa cocciutamente bassa, deciso a non buscarle.
«Tuttavia», aveva ripreso il vecchio «sarei uno sprovveduto se non provassi di persona questa magia, non credi? Se dovesse saltar fuori che quei coglioni hanno ragione e che tu avveri i desideri con i tuoi oracoli, di sicuro non ti lascerei ad alzare due spicci in un buco di merda come questo. Potrei diventare ricco sfondato!»

Una sottile bavetta di cupidigia era colata dall’angolo della bocca del vecchio, che si era ripulito distratto con il dorso della mano. «Iniziamo con qualcosa di semplice», aveva detto e Yen aveva scritto.
Da quel che aveva potuto capire, l’oracolo che scriveva si avverava solo nel momento in cui veniva estratto dal biscotto, non prima. E l’oracolo sembrava arrivare alla persona giusta senza dover forzare la cosa, come se mosso da una volontà propria che guidava la mano del cliente. E così era stato anche quella volta, perché l’oracolo scritto per Ming e inserito in uno dei tanti biscotti della fortuna era stato effettivamente estratto dal vecchio (la sua poca intelligenza lo aveva portato a non pensare di contrassegnare quello giusto).

Sul retro del ristorante era apparsa una decappottabile nuova di pacca che Ming aveva vinto grazie a un concorso. Gli oracoli funzionavano, porca di quella troia!, e Ming sapeva come spremere a dovere il ragazzo, nel prossimo futuro. Basta con quel ristorante cencioso, basta con donne che lo guardavano come se fosse una macchia di merda sul divano, e soprattutto basta con una vita fatta di frustrazioni, pene e rinunce. Sarebbe iniziata, per lui, una nuova vita. E sarebbe iniziata prima di subito. Immediatamente.

Il secondo oracolo, però, non aveva funzionato. E nemmeno il terzo, il quarto e il venticinquesimo. Yen le aveva prese di santa ragione, Ming non si era risparmiato. Forse per qualche minuto, il ragazzo era persino svenuto a causa delle botte. Fatto sta che, una volta fatto rinvenire Yen a suon di ceffoni, Ming gli si era piazzato davanti e aveva latrato: «Perché non funzionano più?! Che diavolo hai combinato, pezzo di merda?!», e mentre urlava scuoteva il ragazzo come una bambola di pezza, come deciso a fargli volare via la testa.
Yen, confuso dalle botte e dal limite inaspettato di un potere di cui non sapeva niente, aveva abbozzato che, forse, a ognuno spettava un solo desiderio e uno soltanto. Era solo una supposizione, disse. Del resto, nessuno gli aveva dato un manuale di istruzioni. E Ming, per nulla impietosito dal sangue al naso e dall’occhio nero, tuttavia smise di urlare e di percuoterlo e si mise a riflettere. Poteva darsi che il ragazzo avesse ragione, dopotutto. Nel qual caso, aveva a disposizione una sola possibilità e non era sua intenzione sprecarla.

«Scriverai un altro oracolo che ti detterò» aveva detto il vecchio «e poi lo estrarrai tu. Il tuo desiderio sarà di darmi un altro desiderio. Anzi, no, altri mille desideri. Ma che dico? Infiniti desideri! Sì, faremo così. Adesso mettiti subito a scrivere, coglioncello. Di corsa!»
Yen aveva ubbidito. A nulla sarebbe servito protestare, né cercare di spiegare che la cosa funzionava in un altro modo. Che era l’oracolo a scegliere il cliente e non viceversa. Ma aveva scritto il desiderio di Ming e glielo aveva consegnato, in modo che il vecchio potesse inserirlo in un biscotto e vederselo esaudito una volta aperto.

Seduto sconsolato al tavolino, Yen pensò alla sua vita, che ormai era finita. Se aveva capito bene la natura dei suoi poteri, non c’era possibilità alcuna di estrarre l’oracolo scelto da Ming. Sarebbero stati dolori, indubbiamente. Il vecchio lo avrebbe percosso fino alla morte, pensò. E già quella prospettiva pareva orribile. Ma poi gli venne da pensare che, pur stupido e violento, Ming avrebbe trovato molti modi diversi per trarre vantaggio dalla situazione. Perché non lucrare sui poteri del ragazzo, in effetti? Aumentando i prezzi del ristorante, o meglio esibendo Yen sotto un tendone da circo con un biglietto d’ingresso esorbitante. C’erano davvero un sacco di modi per guadagnare valanghe di soldi con una gallina dalle uova d’oro come il ragazzo! E poi, Yen aveva visto come il vecchio aveva guardato sua madre, quando erano andati a chiedergli un lavoro. Ming era un maiale, nel vero senso della parola. Una piccola vendetta personale contro il ragazzo e una bella cavalcata con una mamma sola potevano rappresentare sia l’utile che il dilettevole, nella mente appiccicosa del vecchio. Yen non poteva permetterlo. Ma come fare?

Disperato, si alzò dal tavolino e andò al bancone, deciso a buttare in terra la ciotola che conteneva i biscotti già pronti per sfogare la stizza. E allora capì. Non importa come o perché, il giusto oracolo si sarebbe palesato a lui una volta aperto un biscotto a caso. Non doveva fare altro, in effetti. E c’era un’altra cosa, giusto? Ming era sì l’unico parente di sua madre, ma era vero anche il contrario. E una volta morto Ming, sua madre sarebbe stata l’unica erede. Yen avrebbe potuto continuare a lavorare lì e aiutare la mamma, ma come proprietario di un ristorante e non più come sguattero. Ecco, quella sì che era una prospettiva!

Con mani tremanti, prese uno dei biscotti e lo rimirò per qualche istante. Respirò a fondo e lo aprì, avvertendo il peso dell’aspettativa proprio dietro la nuca. Le dita gli parvero scricchiolare come legno mentre srotolava il biglietto e gli occhi pulsarono mentre ne leggeva il contenuto. Dai vapori untuosi della cucina giunsero un lamento strozzato e un tonfo. Yen neanche si voltò. Piegò l’oracolo con cura e se lo mise in tasca con un sorriso luminoso. Non vedeva l’ora di tornare a casa per dare alla mamma la buona notizia.


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