Esalò una nuvola di fumo bianco e guardò nuovamente l’ometto che si torceva le mani davanti a lui, dall’altro lato del banco della reception. Per l’ennesima volta, si ritrovò a maledire suo padre per avergli lasciato quel relitto cadente che era il Chandler Hotel.

Un tempo, forse, era stato un albergo decoroso, ma non ne era sicuro. Le poltrone in velluto rosso accanto all’ingresso, macchiate e strappate da decenni di deretani sudati e sigarette spente sui braccioli, probabilmente ai tempi d’oro esprimevano un tocco di sobria eleganza in un atrio che, con i suoi pannelli di legno scuro e le sue luci soffuse, aveva accolto chissà quali alti papaveri. Il suo vecchio si vantava sempre di quanti senatori, magnati dell’industria e stelle del cinema avessero calcato la moquette color sangue coagulato del Chandler, ma lui ne dubitava. Era risaputo, del resto, che suo padre fosse un gran cacciaballe e in settant’anni, cioè da quando era nato, non ricordava che l’albergo fosse mai stato qualcosa di più che una topaia in cui troppi poveri disgraziati erano venuti a morire come scarafaggi dopo una disinfestazione. Certo, per trent’anni gli era servito a pagare le bollette (a malapena) e, ad essere onesti, non avrebbe saputo fare altro, nella vita, ma non c’era scritto da nessuna parte che restare intrappolato in quella fregatura dovesse garbargli.

Si rigirò il sigaro tra le dita e schioccò le labbra, assaporando il gusto di calzini sporchi che gli era rimasto in bocca. Anche il tizio davanti a lui non gli piaceva, ma com’è che si dice? Nella vita non si può avere tutto e il tizio era una persona importante, a suo modo. Non era la prima volta che si presentava all’albergo, vestito con un abito troppo grande per le sue spalle minute, color verde acido, il collo stretto in una cravatta viola che era un’istigazione a delinquere, e una ventiquattr’ore di pelle gualcita. Cercava di darsi un tono, tutte le volte, ma la bassa statura e quella strana abitudine di tirar su con il naso rovinavano l’effetto. Forse si faceva di qualche droga, chissà, ma aveva gli occhi grandi da rospo e un odore di colonia così forte che avrebbe fatto lacrimare un elefante, e tuttavia sotto si riusciva a distinguere, tenue, il tanfo della disperazione.

«Ha riflettuto sulla nostra proposta?» chiese il tizio con voce tremula. Tentò di sostenere lo sguardo del vecchio con il sigaro, ma dovette desistere. Continuò, fissandosi le scarpe: «Il mio capo mi ha autorizzato ad alzare la cifra. Trecentomila. In confidenza, possiamo aggiungerne centomila, se firma il contratto oggi stesso»
Il tizio restò lì, il capo chino, come in attesa di una sberla. E il vecchio gliel’avrebbe anche assestata, se fosse stato un tizio qualunque. Ma era saltato fuori che non lo era. Aveva fatto delle ricerche su di lui.
Fischiò invece tra i denti. Quella che gli offrivano era una bella cifra, doveva ammetterlo. Sarebbe bastata per rifarsi una vita da qualche altra parte, mandando al diavolo l’eredità tossica che suo padre gli aveva trasmesso come un cancro. Anche fosse stata una somma più bassa, non ci avrebbe pensato due volte. Tuttavia…

«Vede, il Comitato per l’Urbanistica vuole davvero questo albergo» riprese il tizio, forse fraintendendo il fischio come un segno di cedimento nella trattativa. «E’ l’ultimo edificio del quartiere che si trova sul terreno su cui sorgerà il nuovo orfanotrofio. Un’opera dalla forte valenza sociale, sa?, che sicuramente lei non vorrà ostacolare per una mera questione di soldi, ne sono sicuro»
Il vecchio sbuffò un’altra nuvola di fumo e si beò, per un momento, della cortina bianca e azzurra che gli celò alla vista quel piccolo figlio di puttana in giacca e cravatta. Credeva forse di avere a che fare con un mollaccione dal cuore tenero? Era questa, la sua strategia per indurlo a vendere? Sorrise mettendo in mostra troppi denti, gli occhi stretti a fessura, e continuò a restare in silenzio.
Il tizio tossicchiò brevemente, poi la sua faccia da rospo riemerse dal fumo, contrita. Aveva intuito di aver pestato una merda. «Ovviamente», disse con voce roca «non voglio insinuare che stia tirando sul prezzo a scapito di poveri bambini bisognosi. E’ evidente che questo albergo ha un grande valore affettivo, per lei»

Il vecchio tenne il sigaro tra i denti, continuando a sorridere il suo sorriso da alligatore. Come no?! Un grande valore affettivo, certo. Si immaginò suo padre che, buon’anima, rideva di gusto, nonostante fosse all’inferno a farsi rosolare le chiappe.
«Senza dubbio, ha molti ricordi legati a questo posto», stava continuando il tizio, ignaro di ciò che il sorriso del vecchio stesse a significare. Si voltò a contemplare la hall con fare solenne, tentando di non dare a vedere il proprio disgusto. «Certamente dieci, o anche vent’anni fa, questo posto doveva essere un gioiello. Ma lo guardi ora». Sollevò una mano stancamente, stringendo le labbra per dare la brutta notizia. «Il suo tempo è finito. Cade a pezzi, non vede? E il giro d’affari è troppo misero da permettere di investire in una seria ristrutturazione. Anche se non vende, sarà costretto a chiudere nel giro di pochi anni e non ci avrà ricavato niente. Mentre, se accetta la nostra proposta, si metterà in tasca un bel gruzzolo e potrà godersi una sostanziosa pensione. Non è forse una prospettiva allettante?»

Il vecchio tirò una boccata dal sigaro e tenne il fumo in bocca per un bel pezzo, finché l’interno delle guance non iniziò a pizzicargli. Il Chandler Hotel era davvero uno di quegli stronzi che, una volta pestati, non c’è verso di toglierseli da sotto la suola. Non aveva bisogno che glielo venisse a dire un funzionario del Comitato per l’Urbanistica ammanicato con i peggiori speculatori edilizi della zona ovest. E nonostante questo, anche se il Chandler era un cumulo di macerie non ancora crollate, porco mondo!, era il SUO cumulo di macerie. Aveva già deciso di morirci dentro, come avevano fatto suo padre e suo nonno (del resto, certe tradizioni di famiglia vanno rispettate) e ora gli venivano a dire che, dopotutto, poteva ancora avere un futuro. Un bel futuro, udite udite. La cosa non poteva che farlo incazzare.
E non era neanche perchè gli veniva prospettata una speranza, in fin dei conti. Avrebbe anche venduto, se non fosse stato il tirapiedi di un boss a chiederglielo. Dietro le carte bollate del Comitato, certo, tutto a norma, sissignore. Ma pur sempre un cazzo di uomo d’onore, che d’onore non aveva nulla. E usando gli orfani per far leva su un suo presunto senso di pietà, naturalmente. Ma non erano tutti quanti orfani, a questo mondo? Non era forse orfano persino lui, che ogni mattina rivedeva nello specchio del bagno non il suo riflesso, ma l’immagine di suo padre, e temeva che, andandosene da lì, guardandosi in un altro specchio, non l’avrebbe mai più rivisto? Esalò il fumo con un sospiro e chiuse gli occhi.

Il tizio stava ancora blaterando, ignaro che il vecchio avesse messo una mano sotto il bancone. «Scusi se glielo dico, ma è un’occasione che non deve perdere. Lo dico per il suo bene, sa? E’ un vecchietto simpatico, lei. Mi ricorda tanto mio padre…». Poi, il tizio ammutolì. Ammutoliscono tutti, quando si trovano davanti agli occhi la bocca di una pistola. E la pistola del vecchio era bella grossa.

«Fanculo gli orfani», fu la prima e unica cosa che il vecchio disse quella sera. In effetti, non c’era bisogno di aggiungere altro. Non c’era neanche bisogno che il tizio capisse, a ben vedere. Fanculo anche lui, l’albergo e tutto il resto di quello schifo di città.
Armò il cane e sorrise, questa volta in modo genuino. Magari suo padre era proprio all’inferno, ma era sicuro che avrebbe approvato.


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