Un paio di giorni fa mi sono fatto due calcoli. Tre, in effetti. E li ho fatti per davvero, nel senso che da qualche anno soffro di coliche renali e quei tre sassetti bastardi mi hanno fatto penare più del solito, questa volta. L’unico modo per sedare il dolore è spararmi un’iniezione intramuscolo, ma dal momento che mia moglie ha il terrore degli aghi più di me, devo passare almeno un’ora, tra atroci sofferenze, per trovare il coraggio e bucarmi da solo, volontariamente.

Mi sono fatto due calcoli (anzi, tre), dicevo. E ho scoperto che non sono morto. Non ancora, almeno. Può sembrare una constatazione ovvia, ma alle tre di notte, mentre vagavo per la casa cercando di alleviare il dolore e, al tempo stesso, di non svegliare mia moglie e mio figlio appena nato, ho iniziato a fare certi pensieri. Tipo che un giorno morirò. Che ho 40 anni e che, ormai, tutte le mie aspirazioni giovanili sono da mettere in uno scatolone in cantina (non sono mica più un ragazzino che crede nelle favole!). E che l’unico modo per sbarcare il lunario senza troppi affanni mentali sia quello di tornare a lavorare in fabbrica e mollare una volta per tutte la professione creativa. Ci sono altre mille variazioni sul tema, ma che ci volete fare? E’ più forte di me, cerco sempre di vedere il lato luminoso della vita!

Eppure, un fondo di verità, in questi pensieri, c’è. Ho fatto il giro di boa, non sto diventando ogni giorno più giovane e ho ancora un sacco di cose da fare. La differenza rispetto al passato, però, è che adesso so che la mia vita è come un film. Sono arrivato alla fine del primo tempo. La gente si alza dalle poltroncine e si sgranchisce le gambe, alcuni vanno a pisciare o a comprare uno snack, e il macchinista cambia la pellicola in attesa di proiettare il secondo tempo. Il film, finora, è stato interessante: ha gettato le premesse per i prossimi sviluppi, c’è stato un po’ di dramma, un bel po’ di commedia e, in definitiva, sappiamo che non è successo molto perché i fuochi d’artificio, in genere, li si tiene sempre da parte per il gran finale. Il pubblico se lo aspetta, giusto?
Ora, con la fortuna sfacciata che mi contraddistingue, il mio sarà uno di quei film in cui non succede un cazzo per 180 minuti, con lunghi monologhi in bianco e nero davanti a un mare in tempesta e sottotitoli in russo, giusto per darmi un tono. Nel qual caso, sono fregato.
Ma io non posso sapere come andrà a finire. Ho pagato il biglietto e il secondo tempo sta per iniziare, quindi torno a sedermi. Se i calcoli renali, il fumo e l’amore per i cibi fritti non mi stroncano prima, dovrei avere ancora altri 40 anni, davanti a me. Ma anche se fossero solo 30, è un tempo più che sufficiente perché i fuochi artificiali del gran finale arrivino, giusto? Siate gentili, non rispondete.


Un vecchio stronzo dal 1983

Non ho ancora iniziato ad agitare il pugno contro i giovani. Datemi tempo!

E’ una semplice constatazione che coinvolge la simmetria: se gli 80 anni sono l’aspettativa di vita in Italia, allora ho già bruciato metà film. E non è stato compiendo 40 anni che me ne sono accorto. Sono sempre stato uno sprecone, con il tempo: l’ho sempre utilizzato senza curarmi troppo di quanto me ne restasse e probabilmente avrei continuato a fare così fino al giorno della mia morte. Ma è nato Michele e, durante le notti in cui lo cullo per farlo riaddormentare, mi capita di pensare che la mia missione, ora, è una e una sola: restare in vita il più a lungo possibile e accompagnarlo lungo la strada quanto più lontano mi riesce. Non sono mai stato così consapevole della mia mortalità come adesso, e la sensazione che il tempo stringa va di pari passo con il dato di fatto che più vado avanti, più tutto sarà difficile e faticoso.

Ora, non starò qui a rifilarvi la balla che le mie giunture abbiano iniziato a scricchiolare da dopo i quaranta. La verità è che ho sempre avuto, in me, un non so che di senile. Anzi, diciamola tutta: è da quando sono ragazzo che mi alleno per diventare un vecchio stronzo. I sintomi ci sono già tutti, da quando ho sedici anni. Se mi alzo di scatto, infatti, mi gira la testa e credo che fare sport o anche solo esercizio fisico faccia invecchiare più velocemente. Mi danno fastidio i ciclisti e quelli che fanno casino a Capodanno o a Carnevale. Quando mi siedo, devo accompagnare la manovra con un bel sospirone che si protrae fin quando il culo non si è poggiato sulla sedia (vale anche al contrario, quando mi alzo). Non passa un solo giorno senza che mi dimentichi qualcosa che mi sia stata detta (o che abbia pensato) 10 minuti prima e quando parlo con un anziano (uno vero) che mi racconta i suoi acciacchi, faccio sì con la testa non per cortesia, ma perché capisco benissimo di cosa sta parlando. Le canzoni e i film di oggi mi sembrano tutti rimasticature di cose già ascoltate, viste e lette in passato e la nostalgia è un sentimento che coltivo con tale cura che quando sono contento o soddisfatto, in quello stesso istante immagino me stesso sul letto di morte mentre ripenso con un sorriso a quello stesso momento. Roba da camicia di forza, avete ragione. Ma tant’è.

Potrei continuare a oltranza (come un vecchio bacucco, appunto), ma il fulcro del discorso è un altro. Proprio perché sono sempre stato indirizzato verso il pensionamento anticipato, mi sono reso conto che di tempo, in realtà, ne ho ancora in abbondanza. Se ipotizzo di arrivare agli 80 anni, ho ancora metà della mia vita davanti. Ovviamente, scorrerà più velocemente rispetto a quando avevo venti o trent’anni e quindi devo affrettare il passo, ma sono comunque un sacco di anni e mesi e giorni e istanti che posso riempire con romanzi, film, fumetti e tutto ciò che la mia testa riuscirà a concepire. Lasciandomi un po’ di tempo per allenarmi a diventare un vecchio ancora più stronzo.


Futuro nel caos

Un’idea di merda è migliore, se a colori?

Stabilito che, almeno sulla carta, dovrei avere ancora 40 anni di buono per produrre le opere che ho bisogno di buttare fuori, si sarebbe portati a pensare che abbia steso un piano di lavoro per ottimizzare il tempo. E sarebbe anche vero, ma i miei piani assomigliano a un rotolo di spago: se lo tiri, il filo è uno solo, dritto e inequivocabile. Ma se te lo rigiri tra le mani in modo ossessivo, lo metti in tasca per portartelo a spasso, e poi lo ritiri fuori e lo rigiri, alla fine ti ritrovi con un groviglio inestricabile, senza capo né coda. Così, non sono neanche a metà strada nella stesura del mio primo romanzo che già ne ho progettati altri 24. Sì, ventiquattro! Con tanto di titoli, sinossi e progettazione grafica delle copertine perché, ehi, così so esattamente dove voglio andare a parare, mica perché sono matto e ossessivo-compulsivo!

Pensavate che stessi esagerando, vero?

Il ciclo di OFF, che sarà composto da 9 romanzi (già così, è indice di un leggero problema di ambizione) è già editorialmente pronto, almeno per sommi capi. Ma dopo di quello, ho in progetto un altro ciclo, stavolta fanta-western, di cinque romanzi. E a seguire, un altro ciclo ancora, una space opera, di nove romanzi. In mezzo, un paio di libri autoconclusivi, che facciano da collante tra i vari cicli e che ne espandano il world building. Ad un ritmo di scrittura e pubblicazione di un romanzo all’anno (ad essere ottimisti, lo so), mi ci vorranno comunque 25 anni per completare tutto. E’ o non è un problema? Senza contare i cortometraggi che ancora vorrei scrivere e dirigere (ce ne sono almeno 2 che mi ronzano nel cervello), che ho un album di musica elettronica parcheggiato nel cassetto da ormai 5 anni e che vorrei pubblicare una striscia a fumetti settimanale su un giornale.

In condizioni normali (cioè, fino a pochi mesi fa), non avrei saputo a cosa dare la precedenza, mentre adesso è tutto più chiaro. Sono più vecchio e questo, in qualche modo, dovrebbe rendermi più saggio. So che potrei morire domani mattina (preferibilmente in una circostanza ridicola, tipo essere investito da una trentina di carrelli della spesa fuori controllo) e che tutti i miei piani andrebbero a farsi benedire. La famiglia, poi, viene sempre al primo posto, limitando il tempo che ho a disposizione. L’unica soluzione è, quindi, quella di continuare a non preoccuparmi del tempo, così come facevo prima. Può sembrare un paradosso, ma preoccuparsi di qualcosa è il modo più sicuro per far sì che quella paura si avveri. Ho iniziato il secondo tempo del mio film con il proposito di non vivermi tutta la proiezione sperando che il finale mi soddisfi, o che nel mentre succeda qualcosa di mirabolante. Non esistono solo film d’azione, o con centinaia di effetti speciali, o con un lieto fine che mette tutto a posto in un modo perfettamente simmetrico e appagante. Ci sono anche pellicole meno pretenziose, con trame più semplici. Che il mio sia un film d’essai o un blockbuster, poco importa. Ciò che conta è che so dove voglio arrivare e farò di tutto per arrivarci col tempo che mi rimane. E se non ce la farò, pazienza. La maggior parte della gente non ha un piano di vita così appagante e sono contento che la meta che mi sono prefissato sia così ambiziosa da rischiare di non raggiungerla mai.

In sala è tornato il buio. Mi metto un po’ più comodo sulla poltroncina e cerco di godermi il resto del film. Senza esagerare con le aspettative ma conscio del fatto che, in ogni caso, sto guardando qualcosa che mi piace. Evitando di fare troppi calcoli, se posso. Calcoli mentali, s’intende. Quelli renali, ahimé!, mi sa che continuerò a farli, almeno una volta ogni due anni. Del resto, non sempre si possono scegliere i propri vicini di poltrona, al cinema. E forse è anche giusto così.


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2 risposte a “Secondo tempo”

  1. Perdona la mia traduzione italiana difettosa della tua bellissima lingua. Credo che tu abbia grandi cose nel tuo futuro, fratello mio. Non vedo l’ora di vedere dove ci porterà il tuo film. Posti meravigliosi! Grandi trame sia misteriose che bellissime. Sono sempre stato il tipo che si appoggia allo schienale del cinema e appoggia le gambe sulla sedia di fronte a me e adesso ho anche il caffè con me. Sono pronto per seguire dove andrà il tuo film dopo. Hai cambiato la mia vita con il tuo lavoro e, soprattutto, con la tua amicizia. Adesso fai parte della mia famiglia e io sono con te nello spirito.

    Luci… Camera… Azione!

    Ti amo, Sara e Michele da New York!

    • Russ

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    1. Thank you so much for your words, brother! I will try to live up to expectations. Our chats and our common projects (I really hope we will be able to realize them!) excite me and make me feel less alone. Kisses and hugs from Italy!

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