Ho aperto questo blog poco tempo dopo aver iniziato a scrivere il mio primo romanzo. Si può ben dire che OFF (questo il titolo del ciclo, saga, ennalogia, non so neanch’io come chiamarlo) sia uno degli argomenti cardine di queste pagine. Essendo il progetto di tutta una vita, voglio presentarlo come si deve, con tutta la dovizia di particolari di cui sono capace. Probabilmente, queste note potranno essere di un qualche interesse solo dopo l’uscita del primo romanzo, ma tant’è. Spero che siate tra coloro che, leggendo questo resoconto, siano spinti ad aspettare la pubblicazione del libro con la stessa trepidazione con cui io non vedo l’ora di darlo in pasto a voi lettori. Ma andiamo con ordine.


Quindici anni di attesa

Anche i romanzi cadono nella trappola del: “Cinque minuti e scendo!” e poi non è vero!

Tutto è iniziato nel 2009, in quella strana intercapedine del tempo in cui, a ventisei anni, non ero ancora sicuro di chi fossi e, allo stesso modo, ero assolutamente certo di cosa non sarei mai diventato. Ovviamente, come sempre accade quando si tratta della percezione di noi stessi, mi sbagliavo in entrambi i casi. E’ sempre stato ciò a cui ho lavorato, infatti, a decidere quando concretizzarsi. Non la mia mente o le mie intenzioni. Gli impedimenti più disparati (mancanza di soldi, di attori, di location) si sono sempre dissolti in un battibaleno quando la mia vita, cambiando, ha dato un senso a ciò che facevo. Un nuovo centro di gravità, se vogliamo. Il mio primo cortometraggio, ad esempio, si è sbloccato quando ho accettato la fine di una relazione (lo avevo scritto sei mesi prima); la web-series che ho diretto nel 2014 era stata scritta l’anno prima, ma ha visto la luce quando ho capito di aver paura di abbandonare la carriera di regista cinematografico.

Con OFF, le cose sono andate un po’ più per le lunghe. La gestazione di questo progetto, infatti, è durata 15 anni, dalle bozze preliminari alla stesura del primo capitolo di un ciclo che, nelle mie intenzioni, sarà composto da nove romanzi. E in questo lasso di tempo ha cambiato forma innumerevoli volte, col senno di poi in un modo che denotava una certa disperazione di fondo. OFF è il progetto della mia vita: non c’è niente, a livello creativo, che sia più importante, per me. La paura di non essere in grado di realizzarlo mi ha accompagnato per 15 anni, ma ora sono fiducioso. Dopo mille volti indossati, ho finalmente trovato il medium perfetto per raccontare questa storia. Ironicamente, è lo stesso che avevo abbandonato molti anni fa, pensando che ce ne fossero di più efficaci. Ovviamente, mi sbagliavo anche su questo.


Tutta colpa dei sogni

Guardare nella bocca di una pistola fa ancora più paura se sei appena nato.

Nel 2009 frequento senza troppo profitto l’università, Lettere. Vivo in compagnia di un vecchio hippie sciamano (di cui forse vi parlerò, un giorno) e ho stretto amicizia con un collega di corso con il quale condivido le mie grandi passioni artistiche. Passiamo giorni interi a confrontarci sul cinema e sulla letteratura, immaginando come sarebbe realizzare un film tutto nostro (cosa che poi avviene nel 2011) e in una di quelle giornate spensieratamente improduttive, Niccolò se ne viene fuori con un sogno fatto la sera prima: un uomo, pistola alla mano, spara ad un neonato nella sua culla.

BANG!

Capisco subito che quell’immagine è il miglior incipit su cui potrò mai mettere le mani. Scrivo una breve sceneggiatura per la realizzazione di un corto sperimentale in cui un vecchio, dopo l’infanticidio, si cala in un cassonetto dell’immondizia e sbuca in uno scantinato polveroso, il suo inferno personale, arredato con vecchie scenografie teatrali di una selva dantesca. Nelle mie intenzioni, è una metafora delle vecchie generazioni che uccidono sul nascere le velleità dei giovani, ma (forse, per fortuna) non se ne fa nulla. Mettere in scena una cosa del genere è troppo complicato e decido di passare oltre.


Orwell e la distopia al contrario

E’ presunzione, voler superare i concetti espressi in “1984”? Senza dubbio.

Passa qualche mese, poi lo script si ricicla in un testo più lungo e meno ermetico in cui un addetto ai sistemi di monitoraggio cittadini si innamora di un androide. La società in cui vive è retta da un tiranno che controlla tutto e tutti con i mezzi di informazione e con un microchip sottocutaneo in grado di tenere sott’occhio chiunque, in qualsiasi momento. Una società che deve essere rovesciata e contro la quale il protagonista si scontra, novello Don Chisciotte, fallendo.
Bene, se non è una scimmiottatura di “1984” di George Orwell, questa!

Ci metto un anno per capire che è la direzione peggiore da prendere, ed è un po’ come l’uovo di Colombo. La distopia di Orwell, ormai, è così riconosciuta e codificata da essere diventata un cliché ingombrante, per i nuovi autori. Di più, è diventata per loro una parodia. Tutte le storie distopiche hanno un unico tratto comune: i cattivi lo sono in modo sfacciato, totale, e la cosa più ovvia è che qualcuno si rompa le scatole e decida di fare la rivoluzione. Ma quanto sono imbecilli, mi chiedo, questi despoti? Ormai la Storia dovrebbe aver insegnato che il pugno di ferro non porta lontano e che il potere, per mantenerlo, ha bisogno della carota, oltre che del bastone. Ma facendola ancora più semplice, quanto è noioso leggere l’ennesima storia di imperi malvagi, cospirazioni governative e tiranni assortiti che vengono combattuti e sconfitti dai prodi (e spesso umili e squattrinati) rivoluzionari?

BANG!

Il nuovo centro di gravità, il primo di una lunga serie: i cattivi, in OFF, devono essere i buoni, e viceversa. Tanto semplice quanto efficace. L’eroe vuole rivoluzionare l’ordine costituito perché crede nel libero arbitrio, ma il governo non impone nulla a nessuno. Le elezioni sono libere, nessuno viene a picchiarti perché hai criticato il Presidente e, se non vuoi aderire ai dettami del partito, ci sono delle sovvenzioni di stato per permetterti di non morire di fame. Nessuna costrizione, né censura, né desaparecidos. Una società che funziona, ma che per funzionare ha bisogno di un piccolo tributo: l’omologazione. E così, la domanda di fondo diventa: “Siamo disposti a rinunciare al nostro essere individui in cambio della serenità economica e sociale?”

Il paradigma è del tutto cambiato. OFF ha trovato la sua strada, dal punto di vista narrativo, e ha pure individuato un protagonista (un investigatore privato preso di peso dalla letteratura hard boiled) oltre che uno scenario (una città che si estende per tutta l’Europa) e un mix di generi (fantascienza e noir) non originale, ma di sicuro fascino.
C’è solo un problema: tutto questo non può essere realizzato in live action (con attori in carne ed ossa). Gli anni successivi sono all’insegna della ricerca spasmodica di un modo per tradurre finalmente in realtà l’intero universo narrativo che, anno dopo anno, si arricchisce di nuovi elementi, diventando sempre più elefantiaco.


Uno, nessuno e centomila

Il protagonista è stato John, Sam, donna, anziano, robot e agente segreto.

L’idea è quella di realizzare un film a cartoni animati. Sono un grande appassionato di stop motion (da Nightmare Before Christmas a quel capolavoro televisivo che è Pingu) e penso: «Sarà uno scherzo fare una cosa simile!». Sono accecato dalla possibilità di avere tutti gli attori che voglio senza doverne ingaggiare nessuno e, soprattutto, di mettere in scena qualsiasi mondo di fantasia senza dover spendere milioni di euro. Mi procuro una gran quantità di plastilina e inizio a modellare i vari personaggi, mentre studio il modo per costruire dei set in miniatura con cartone, creta e altri materiali da cartoleria.

Come è ovvio, tutto si arena per manifesta incapacità manuale, ma non solo. Mettere insieme migliaia di fotogrammi a passo uno per pochissimi minuti di animazione non vale la candela, ed essendo un incapace, in tal senso, mi ci vorrà molto più tempo e il risultato farà schifo. Così abbandono la stop motion e, mentre in casa le scatole di plastilina inutilizzate lanciano sguardi di astio nella mia direzione, inizio a scrivere una serie (avrò più tempo per sviluppare personaggi e storia) a cartoni animati in 2D. Sono un discreto fumettista, che diavolo potrà mai andare storto, stavolta?!

Furbo come una lince, decido che l’animazione sarà in stile “vorrei ma non posso”, cioè in cutout (come avviene per South Park, altra perla degli ultimi venticinque anni). Avrò bisogno di (relativamente) pochi disegni e gli sfondi li realizzerò con un programma di rendering 3D, in modo da dare più movimento al tutto. Realizzo un sacco di bozzetti, set tridimensionali e addirittura un paio di trailer, con musica, effetti e tutta la banda. Sembra che ormai niente possa fermarmi, e invece…

Per quanto la cutout sia un tipo di animazione “povera”, è comunque impegnativa: i disegni necessari si contano nell’ordine delle migliaia e non ho tutto questo tempo (né la bravura) per dedicarmici al meglio.
Mi butto sull’animazione 3D totale (tanto gli sfondi li realizzo già così, no?), ma è peggio: la resa visiva è fenomenale, ma ho un potere di personalizzazione molto limitato perché (pensate un po’?) non sono così bravo a modellare. In più, mi ci vorranno anni, per completare una serie del genere, con decine e decine di personaggi. Avrò bisogno di un sacco di doppiatori, a prezzi modici, disponibili per una marea di tempo. Pura utopia, ovvio. Così abbandono di nuovo tutto, ormai certo che non riuscirò mai a vedere OFF completato, in nessun modo.


Un detective di carta e penna

Una versione di OFF in origami animati sarebbe la cosa più figa di sempre!

Passa qualche anno. Ogni tanto ripenso a quel vecchio progetto e aggiungo un dettaglio, una scena, un personaggio. Ho praticamente rinunciato a realizzare il sogno, ma al tempo stesso, segretamente, ci credo ancora. Sempre più spesso vado a riguardarmi i vecchi disegni per la serie animata, pensando che potrei ricavarne una graphic novel alla Frank Miller (vi ho mai detto che sono una persona molto umile?). Ne disegno anche le prime tavole, ma abbandono quasi subito anche questa versione perché incapperei negli stessi problemi già visti ed è inutile accanirsi ulteriormente. Non sopporterei un altro fallimento.

Nel 2023, apparentemente in pace con me stesso, mi dedico solo più al mio lavoro come grafico e sono il master a un tavolo di gioco di ruolo con gli amici. Dopo una mirabolante campagna nella Terra di Mezzo di Tolkien durata più di sei mesi, è necessario cambiare regolamento e ambientazione. Senza pensarci coscientemente, propongo la città di Atlantia, scenario di OFF, e mi metto a scrivere un manuale che contiene tutte le informazioni su luoghi, personaggi, trame e sviluppi narrativi, attingendo a piene mani dal mio lavoro pluridecennale.

La campagna fallisce dopo poche sessioni di gioco (il regolamento è troppo punitivo per i gusti dei miei amici), ma qualcosa dentro di me è ormai scattata. Mettere in ordine e ampliare quella che è, di fatto, una enciclopedia di OFF, mi permette di rifinire un worldbuilding che avevo sempre avuto solo nella testa e frammentato in centinaia di fogli, quaderni e taccuini. Molti elementi strutturali dell’opera trovano un insperato collante con le altre parti della storia proprio durante la stesura di quel testo. Com’è ovvio, il manuale non è mai stato finito, ma la costruzione del mondo non si è più fermata, in un modo così veloce e spontaneo da farmi vedere, finalmente, la via. Grazie ad un ultimo, fondamentale tassello. Un cambiamento nella mia vita. Un nuovo centro di gravità, quello più importante di tutti.

BANG!

Nasce mio figlio. La vita acquista un senso tutto nuovo e mi assale un senso di urgenza che è quasi come affogare. Non ho tutto il tempo del mondo. Quella di OFF è una storia che devo raccontare nella maniera più assoluta. Ho già buttato 15 anni della mia vita a cercare di farla funzionare a tutti i costi, tranne usando l’unica incarnazione che avrebbe dovuto assumere fin dal primo momento. Romanzi. La pietra angolare di quasi tutta la narrativa esistente (film, serie tv, cartoni animati); un’arte in cui penso di cavarmela e che, al netto di tutto, mi consentirà di realizzare qualsiasi cosa io immagini semplicemente scrivendola su un foglio di carta. Nessun problema di budget, di ricerca di attori, location o software da imparare. Più facile di così!

La nascita di Michele non è solo importante per darmi lo stimolo a muovere il culo una volta per tutte. E’ il “clic” che OFF sta aspettando, pur essendo già quasi pronto al 100% da diversi anni. Lo sblocco è di tipo concettuale. Se nelle sue innumerevoli versioni, OFF era una storia di riflessione sociale, politica ed economica, oggi è qualcosa di molto più importante: è la storia di un padre che ce l’ha messa tutta. E se, nella finzione scenica, quel padre ha fallito, ciò che per me tiene insieme tutta la baracca (nella mia vita e nei miei romanzi) rimane lo stesso: più importante del risultato è l’impegno che ci si mette, in ogni cosa che si fa. Ed eccoci qui, dunque. Dopo quindici anni, OFF è finalmente maturo per poter essere scritto.

Questa nuova consapevolezza mi porta a comprendere quanto fossi ossessionato dall’avere successo, con la mia arte. Al punto, forse, da fallire proprio perché troppo sotto pressione. L’obiettivo finale, oggi, è però radicalmente cambiato. Non è la fama, non è il riconoscimento, non è il riuscire a guadagnarmi da vivere con ciò che scrivo. E’, forse un po’ banalmente, l’idea che, in un futuro in cui io non ci sarò più, mio figlio possa prendere in mano uno dei miei libri, leggere la storia che ho tenuto in serbo per lui per 15 lunghi anni, e continuare, in questo modo, a sentirmi al suo fianco. Una specie di eredità morale, di cui lui possa essere fiero. Un messaggio che lo accompagni sempre.

Sono una di quelle persone che, in determinati frangenti, ha bisogno di essere con le spalle al muro per reagire a ciò che gli succede. Con un obiettivo del genere, penso di essermi messo all’angolo da solo e non potrei che esserne più felice. Ora non ho più scuse. Terminare OFF è, oggi, una promessa, e non a una persona qualunque, ma a mio figlio. Il mio nuovo centro di gravità. Come potrei mai infrangerla?


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4 risposte a “OFF: genesi di un’utopia”

  1. Potrebbe sembrare una frase di circostanza, ma non vedo l’ora di poterlo leggere. L’hype ha toccato alte vette, ormai. Ogni strada che hai perseguito ti ha riportato sempre nello stesso punto; posso solo immagine il miscuglio emozionale che starai vivendo, tipo donna pre ciclo, ma senza dolori. Una tua futura lettrice è qui che attende. 🙂

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    1. Cara Iside, non sai quanto questo tuo commento mi renda felice! Davvero, sarebbe difficile descriverlo. Cercherò di essere all’altezza delle aspettative. E non sai quanto l’esempio della donna pre ciclo mi calzi dannatamente a pennello: ho avuto mal di schiena e calcoli renali durante tutta la gravidanza di mia moglie!
      Per quanto riguarda OFF, ho in programma di pubblicare molti aggiornamenti, approfondimenti, estratti e racconti “spin-OFF”, giusto per alzare ancora di più le aspettative. Così, se poi il libro farà schifo, almeno meriterà essermi schiantato in una palla di fuoco colossale!

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  2. Conosco Vittorio Gazzera dal lontano – purtroppo – 2014, da quando con la sua prima web series “Bunker” mi ha conquistato. L’ho continuato a seguire negli anni, avido e speranzoso di potermi presto abbeverare di quel capolavoro che si prospettava essere “OFF”, il suo prossimo lavoro e quello più sentito. E più vedevo i trailer di ciò che stava facendo e più lo bramavo. In quella storia c’era tutto: noir, distopia, dilemmi morali folli e personaggi strepitosi.

    Eppure, nonostante gli anni di attesa e il lavoro dietro, “OFF” non venne mai alla luce, forse perché la vita gioca soprattutto con i sogni di chi sogna più forte degli altri.

    Quando qualche giorno fa, dopo anni di silenzio, mi sono ritrovato per caso un suo post nella home di Facebook, non mi sembrava vero.

    Sono andato ad aprire quel link all’istante, perché la bramosia nei confronti delle storie di Vittorio non è mai cessata, anche dopo questi anni.

    Ho iniziato a leggere l’articolo che aveva scritto, sorridendo di nostalgia, ed ero pronto a chiuderlo, quando all’improvviso leggo l’impossibile: OFF si farà. La storia che non speravo più di poter vedere c’era ancora, in una nuova forma.

    Dico spesso, ridendo, che non c’è sconfitta nel cuore di chi è già sconfitto (la più grande lezione appresa da 6 anni di medicina), e oggi più che mai è vero: perché la forza di chi continua a sognare, nonostante un mondo che i sogni li fa a pezzi, è inarrestabile.

    Date un’occasione a Vittorio, leggete OFF. E vedrete che sarà una lettura di quelle che non scorderete più.

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    1. Carissimo, la fedeltà che dimostri nei confronti del mio lavoro, da così tanto tempo, mi spiazza ogni volta. Come ogni creativo, non credo mai di meritare davvero gli elogi che mi vengono rivolti e mi imbarazzo anche un po’ nel rispondere. Quindi, mi limiterò a ringraziarti e mi sforzerò ancora più di quanto già faccio per pubblicare un lavoro degno di tanta fiducia. Grazie di cuore!

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