L’elemento fondativo della narrativa non è, come si potrebbe pensare, la narrazione. E non è nemmeno il cast di personaggi, né lo stile di scrittura o il messaggio che si vuole veicolare attraverso la storia che stiamo raccontando. La base di ogni narrativa prende spunto, in maniera insospettabile, dal teatro e può essere riassunta in questo modo: “Più la storia è articolata e ampia, più grande e dettagliato dovrà essere il palcoscenico che la ospita”. Nel caso della narrativa, il palcoscenico è il mondo fittizio in cui si muovono i personaggi ed è un elemento che spesso è trascurato, per certi versi comprensibilmente: crearlo è proprio una gran rottura di coglioni! È un compito lungo e a incastro, di cui magari il lettore medio nemmeno si accorgerà. Ma è fondamentale per due motivi. Uno, perché il world building (lett. costruzione del mondo) aiuta a risolvere molte delle empasse della trama semplicemente attenendosi alle regole impostate all’inizio. Due, perché anche se pochi lettori si accorgeranno della mole di lavoro che è stato svolto dietro le quinte, tutta la fatica verrà ripagata dalla loro passione nell’immergersi in quel mondo di fantasia che, da quel momento, sarà anche il loro.


E il naufragar m’è dolce…

Prima o poi, qualcuno mi troverà sommerso dalla mia stessa ambizione.

Creare un mondo fittizio (anche se basato su quello reale) è una cosa che richiede sempre una mole considerevole di ricerche. Nel mio caso, scrivendo fantascienza noir, devo tener conto della letteratura di entrambi i generi (da Chandler ad Asimov, da Ellroy a Dick) come della tecnologia del futuro (androidi e Intelligenze Artificiali, in primis), ma anche delle basilari nozioni di lotta e balistica, di criminologia e di urbanistica (ogni noir che si rispetti è ambientato in una città contorta come una piovra). Ma questa è solo la superficie, ovviamente.

Le nozioni, da sole, sono soltanto nozioni. Per farle diventare storia, devono essere mischiate cercando di dare loro una compattezza e una coerenza narrativa che, di per sé, non avrebbero. E allora comincio a modificare qua e là, ad adattare, svolgendo un lavoro al tempo stesso semiotico e archivistico.
Semiotico, perché ogni soggetto che scrivo ha caratteristiche che si integrano con la loro esplicitazione linguistica, oppure ne divergono platealmente (Kintsugi, che è l’arte giapponese di riparare i vasi con l’oro lasciando i segni di rottura ben visibili, nel mio processo creativo diventa il cognome di un poliziotto orientale con il volto solcato da eleganti cicatrici; al contrario, un locale chiamato La Rosa Purpurea potrebbe essere inaspettatamente il ritrovo malfamato di una gang di motociclisti che contrabbanda bambini venduti al mercato nero).
Archivistico, perché ogni aspetto del mondo che vado creando ha una precisa collocazione spazio temporale (un dove e un quando), una sua progressione interna alla trama (i cambiamenti, strutturali e formali, che ha subìto/subisce) e una rete di interconnessioni di tipo causa/effetto con tutti gli aspetti che gli stanno attorno.

Come potete intuire, è un lavoro colossale e potenzialmente senza fine: gli “strati” con cui si compone la torta sono, infatti, innumerevoli e con altrettanti innumerevoli livelli di approfondimento possibile.
Si va dalla geografia (continenti, regioni, stati, città, quartieri, vie, edifici, alloggi, stanze) alla politica (sistema di governo, economia, welfare, cultura, sanità, ma anche partiti politici, singoli membri del governo e oppositori), dalla società (religioni e profeti, grandi scienziati e scoperte tecnologiche, media e intrattenimento, singole emittenti televisive con specifici programmi e personalità, cinema, attori, film, giornali, e ancora superstizioni, tensioni razziali e importanti date e commemorazioni storiche) ai veri e propri personaggi della storia (che non hanno solo un nome e un aspetto, ma anche un modo di parlare e di vestire, pregi e difetti, pensieri, paure, desideri più o meno nascosti, amici e familiari, un intero albero genealogico composto da personaggi più o meno dettagliati, e poi legami di tipo causa/effetto con gli altri personaggi).
Insomma, un buco nero nel quale, se non si fa attenzione, si finisce per affogare inesorabilmente. Il che si traduce, nella pratica, con il non scrivere più la storia che dovrebbe essere sorretta dal world building.


Show, don’t tell

Il rapporto scrittore/lettore è come quello tra due voyeur che si spiano a vicenda.

La narrativa anglosassone ci ha regalato una regola fondamentale, quando si parla di scrittura. Show, don’t tell, che si traduce in Mostra, non raccontare, sprona chi scrive a non sacrificare l’azione e i dialoghi con lunghe e verbose descrizioni. Se, ad esempio, devo dire che un personaggio sta mentendo, posso scriverlo e basta (quello stronzo di Jack mentiva) oppure mostrarlo in modo più efficace (quello stronzo di Jack sudava a profusione, le mani avvinghiate l’una all’altra, come in preghiera. Ed evitava di guardarmi mentre rispondeva alle domande che gli ponevo, come se le risposte giuste gli fossero cadute in terra).
Nel secondo esempio, come potete notare, il lettore può intuire il fatto che Jack stia mentendo senza che io mi sia “intromesso” a gridarglielo nelle orecchie. Per il lettore è molto più appagante (se è costretto ad intuire invece che avere la pappa pronta, sarà spinto a continuare a girare le pagine), mentre la scena risulterà più evocativa e fluida. Vinciamo entrambi.

Lo show, don’t tell dovrebbe poter limitare, in parte, la verbosità di un world building come quello visto nel paragrafo precedente. Eppure, il gioco d’equilibrio deve essere più sottile di un semplice taglio delle descrizioni. Infatti, la narrativa è molto affine, oltre che al teatro, all’arte della seduzione: bisogna sapere quando mostrare e quando invece solo evocare, quando far salire l’attesa con una lunga descrizione preparatoria e quando invece entrare nel vivo dell’azione. In questo, non c’è scuola che tenga se non l’esperienza diretta. Quando si impara a distinguere tra il descrivere ciò che è fondamentale per la storia e a mostrare tutto ciò che “fa sugo” (non saprei, davvero, spiegarlo meglio di così), allora si può dire di padroneggiare l’arte del mettere in scena il proprio world building. Cosa che, anche con anni di scrittura alle spalle, non sempre è cosa facile. Essendo gli scrittori tutti (chi più, chi meno) narcisisti, è naturale cadere nella trappola del “ti descrivo per filo e per segno tutto il background della storia, così ti renderai conto di che culo immane mi sono fatto!” e svaccare clamorosamente. Per fortuna, un romanzo va in stampa dopo decine e decine di riletture e riscritture e questi inciampi sono quasi sempre macroscopici, quindi risolvibili con un po’ di coraggio nel potare ciò che è semplice logorrea.


L’incredulità sospesa

Anche chi vola con l’immaginazione ha bisogno di un paracadute.

Il concetto cardine, però, su cui ruota l’intero world building è la sospensione dell’incredulità. Si tratta della predisposizione, da parte del lettore, a credere a tutto ciò che gli viene proposto dall’opera di fantasia, non importa quanto bislacco o fuori dal comune, purché mantenga l’autoconsistenza, cioè che ogni elemento anormale sia inserito in un contesto plausibile che lo giustifichi.
Questo significa che ogni elemento della costruzione del mondo deve essere coerente con tutti gli altri e interagire con essi in modo da risultare plausibile. Ma che cos’è plausibile, in un mondo fantasy o, nel mio caso, di fantascienza? Ecco che entrano in gioco, qui, le regole costitutive del mondo fittizio, che non vanno mai e poi mai infrante.
Ad esempio, se nella città che fa da scenario alla mia storia trovano posto degli androidi che hanno raggiunto l’emancipazione civile e hanno pari diritti e doveri dei biologici, essi e il mondo che li circonda dovranno comportarsi di conseguenza: nessuno li tratterà come macchine, anzi verranno visti come persone al pari degli esseri viventi e non sarà strano né scandaloso trovarsi di fronte a rapporti d’amore (quando non matrimoni) tra robot e umani.

Come si può evincere da quanto detto, le regole fissate in fase di creazione del mondo fittizio fanno sì che: 1) i vari elementi possano vantare uno spessore narrativo ulteriore, che non avrebbero senza l’interazione logica e sequenziale tra le diverse istanze; e 2) la stessa costruzione del mondo viaggi su binari che non permettono errori di trama, in quanto un tassello errato cozzerebbe con tutti gli altri.
Tutto questo, ovviamente, in teoria. In pratica, il lavoro di cesello e di bilanciamento continuo necessita di un’attenzione maniacale e di una predisposizione a cambiare in continuazione che non tutti hanno. Molto spesso, infatti, le regole da me imposte sul mondo che sto creando vanno a cozzare con le esigenze di trama. Modificare un elemento in modo che collimi con i miei scopi significa rivedere tutti gli altri elementi, sperando che quel cambiamento non si ripercuota su nient’altro. Nel qual caso, andando a rivedere uno per uno tutti gli altri mattoncini posati con fatica in precedenza e riadattarli nel modo più efficace possibile, facendo attenzione a non modificare senza volere altri equilibri narrativi. Un castello di carte che minaccia di venir giù alla minima disattenzione. Ovvio, che la maggior parte degli scrittori non ci si dedica troppo, al world building. E’ davvero una rottura di coglioni! Ma quando riesce, la sensazione è quella di essere un dio.


Uno sguardo al futuro

Nel prossimo futuro cercherò di portare alla vostra attenzione alcuni stralci del world building che ho realizzato per la stesura di OFF (quando ancora non era una serie di romanzi). E’ una mole di scritti, appunti e disegni che partono dal 2009 e arrivano fino all’altro ieri, in una continua ricerca della maggior completezza possibile in termini umani e che può rappresentare un primo sguardo a ciò che, nel bene o nel male, troverete nel romanzo una volta che sarà completato.

Spero di farvi cosa gradita e che avrete la pazienza di spulciare tra le tonnellate di carta che tirerò fuori dai cassetti. In caso contrario, senza rancore, “arrivederci su altri schermi”. Che, in questo caso, rappresenta già di per sé una piccola anticipazione.


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