Il lavoro dello scrittore è da sempre vittima di un equivoco pilotato da intenti di marketing. Si immagina l’autore, seduto alla sua scrivania in uno studio tappezzato di libri, che entra in trance e si fa veicolo quasi magico di storie e personaggi che fluiscono dall’etere attraverso di lui. E’ un’immagine romantica e senza dubbio suggestiva, ma che non corrisponde al vero. Non del tutto, almeno. Perché se l’ispirazione e l’estro sono elementi che, sì, hanno qualcosa in comune con la magia, l’atto dello scrivere è invece qualcosa di molto più prosaico.

Qui di seguito stilerò un piccolo compendio di regole per diventare (o riconoscere) un vero scrittore. Non buono o cattivo (quella è materia per i critici), ma vero, nel senso di autentico. Se sei un aspirante autore, può essere un vademecum utile a ricordare come si dovrebbe fare questo sporco lavoro. Se sei un lettore, può aiutarti a capire che tipo di scrittore sono io, o almeno che tipo di scrittore cerco di essere.


Mettersi col culo di fuori

Questo non sono io, ma una foto d’archivio generica. Io, la cacca, la faccio in piedi.

Innanzitutto, è necessario calarsi le brache. Il primo passo per scrivere una buona storia è essere sinceri al 100% e quasi sempre è il motivo per cui si fallisce. Mettersi col culo di fuori è una pratica, infatti, che necessita di due requisiti: il primo è di fregarsene di ciò che pensano gli altri, in modo da essere liberi di scrivere ciò che si vuole, come lo si vuole. Abbastanza semplice, se ci si applica con costanza o se si impara ad evitare il confronto con il resto del genere umano. Questa qualità da sola, tuttavia, può tradursi in un esibizionismo privo di contenuto, alla portata di chiunque voglia improvvisarsi autore.
Scrivere davvero, invece, ti obbliga a rispettare un altro requisito, tra i più difficili in assoluto: fregarsene di ciò che pensi TU scrittore. Ed è qui, che la maggior parte degli autori scivola rovinosamente. Non serve essere lettori troppo scafati per accorgersi di uno scrittore che tira il freno a mano: la sua scrittura arranca, non ha guizzi, sa di già letto; forse la prosa è elegante e perfetta, ma manca di coraggio. Ecco, nella mia esperienza, il motivo di questo freno si riduce ad uno soltanto: la vergogna, legittima, di ciò che si è.

Scrivere un personaggio positivo, ad esempio, è molto facile: tutto ciò che si deve fare è descrivere la mirabolante immagine che si ha di noi stessi e il gioco è fatto. Scrivere un personaggio realistico, d’altro canto, ci costringe a riconoscere che, in quanto esseri umani, abbiamo pensieri sgradevoli e poco edificanti. Pur non traducendoli mai in azioni vere e proprie, sono pensieri reali che ci fanno sentire sporchi non appena li formuliamo nella testa. A volte sono pensieri da malati di mente, o da sadici, razzisti, misogini. Sono pensieri che fanno paura, ma sono reali ed è necessario accettarli in quanto tali: solo pensieri, appunto. Non ci rendono cattive persone, ma solo persone reali. Una realtà di gran lunga più interessante della maschera sociale che ci imponiamo di indossare per non spaventarci a vicenda e dalla quale possiamo attingere per descrivere in modo realistico le nostre storie e i nostri personaggi. Senza entrare nel voyeurismo, intendiamoci, ma cesellando gli angoli bui e nascosti di caratteri che, più o meno inconsciamente, condividiamo con il resto del mondo. Il coraggio di scrivere qualcosa ed essere, per questo, additato come “strano”, è un aspetto che può essere allenato e fortificato. Il coraggio, invece, di scrivere qualcosa nonostante sia tu stesso a dire: “Ma sei matto?!” è ciò che distingue un autore degno di questo nome dagli scribacchini qualunque. Di questi ultimi ce n’è a un tanto la dozzina, mentre i primi sono, ahimé, sempre più rari.


Spingere fuori le parole

Quanto ti vergogni nel dire a qualcuno di essere uno scrittore? Sì.

Scrivere non è sempre facile. A volte ci si siede davanti al computer (o al quaderno a quadretti) e le parole escono senza intoppi. Sono però casi rari. La verità è che, molto più spesso, i paragrafi sono troppo duri e farli uscire è una tortura; oppure sono troppo molli e vengono espulsi a intermittenza, o peggio ancora a spruzzo, così che, alla fine, ti ritrovi a dover pulire il gran casino che hai combinato nel word processor; oppure ancora ci metti una vita a evacuare una frase che sembra chissà cosa, e invece è più aria maleodorante che altro. Quando non è, infine, un episodio di stitichezza creativa, e lì non c’è proprio niente da fare: puoi pure spingere, sbuffare e spingere di nuovo, ma sai che da lì, oggi, non uscirà proprio un bel niente.

La triste realtà è che scrivere non è come spegnere o accendere un interruttore. Scrivere è sentire di avere lo stimolo, sedersi e sperare che ne esca qualcosa di buono. Non sempre l’esito è come ce lo si aspettava. A volte fa male e a volte pensi che non ce la farai mai. Le volte in cui va tutto liscio, però, sono estasi pura. Meglio del sesso.

L’importante è essere costanti quanto più possibile, anche solo nell’intenzione. Scrivere tutti i giorni è un buon esercizio per allargare lo sfintere dell’estro e far sì che, le prossime volte, le parole escano più facilmente. Si possono usare anche dei lubrificanti, come tende alle finestre e lontananza da internet, per evitare distrazioni ed evacuare più facilmente. Ma un’altra triste realtà è che non ci sono regole di sicura efficacia e che, in definitiva, l’autore non ha quasi mai il controllo sulla buona riuscita di quello che fa. Anzi, il più delle volte l’ansia di fare bene e tanto produce l’effetto opposto. L’unica cosa che si può fare, in questi casi, è fermarsi e mangiare un po’ di merda, come illustrerò tra pochi paragrafi.


Esaminare l’evacuazione

Chi cerca, trova. Poi, che la cosa sia di suo gradimento è un altro paio di maniche.

L’aspetto più sgradevole di tutto il processo di scrittura è voltarsi e guardare ciò che si è prodotto. Il più delle volte, la vista è uno schifo. E non basta un’occhiata superficiale: è necessario avvicinarsi, fino a sentirne l’odore, osservarne ogni striatura, in cerca di un colore che stona con il resto o di un aroma che non si armonizza con il bouquet.
Non è un’operazione piacevole, perché si tratta di qualcosa che è uscito da noi e la paura di scoprire che qualcosa non va, spesso, ci fa desistere dal controllare con il dovuto zelo. Questo atteggiamento ci impedisce, però, di agire laddove ci sono delle criticità e, in sostanza, di evitarci grattacapi futuri.
Mettere a posto qualcosa che non funziona è considerato, anche solo a livello inconscio, un fallimento. A cui poi si è posto rimedio, certo, ma pur sempre un fallimento. In letteratura, tuttavia, la fase di messa a punto, riscrittura di interi capitoli e lo stravolgimento della trama a causa di quell’elemento fuori posto di cui non ci si era accorti, costituisce quasi l’80% di tutto il processo creativo. Come guardare nella tazza, accorgersi che lo stronzo non è compatto e iniziare a manipolarlo per fargli assumere la forma desiderata… magari con qualche rinforzo, se si ha ancora lo stimolo.
Lo schifo che hai provato leggendo questa frase è il motivo per cui la maggior parte degli scrittori glissa, quando si parla del processo di revisione creativa. Non è glamour, lo capisci anche tu, eppure è il cuore della faccenda. E’ lì che, se proprio stai cercando della magia, la puoi trovare. Ed è magia vera, autentica, anche se può sembrare un volgare trucco da baraccone. Spesso le due cose si somigliano.

La riscrittura, oltre che fondante nella vita di un romanzo, è anche un esercizio spirituale per l’autore: insegna a distaccarsi da ciò che possediamo, in questo caso le nostre stesse parole, e ci costringe a cambiare la nostra mente in funzione di ciò che è giusto, non di ciò che crediamo lo sia. Sembra una differenza da poco, ma vi assicuro che non lo è. Col rischio di apparire melodrammatico, è come amputarsi una gamba in cancrena e innestarsi una protesi meccanica: funziona meglio, è più robusta, e soprattutto ha fermato l’infezione che minacciava di dilagare nel mio corpo e uccidermi, eppure io, quella cazzo di gamba, la rimpiango! Non è folle, tutto questo?

Esaminare la propria evacuazione è così. Porta un sacco di benefici, ma ha un retrogusto amaro, di perdita e nostalgia, senza il quale non si può crescere come autori. Un dolore autoinflitto che ricorda, per certi versi, il venire al mondo. Ogni romanzo, in questo senso, è la somma di tutte le sue versioni precedenti, dei romanzi che non vedranno mai la luce nella loro forma precedente e la cui eco risuona nelle nuove pagine senza che il lettore sappia del loro sacrificio. Morire e rinascere, in continuazione. Questo è scrivere, per davvero.


Mangiare tutto, anche e soprattutto la merda

La cellulosa sviluppa 2-3 kcal ogni 100 grammi, meno di una pellicola di film.

Una sana e corretta evacuazione letteraria è possibile solo con una alimentazione variegata. Gli ultimi anni hanno visto il proliferare di un certo snobismo culturale che fa un po’ ridere i polli. Se si vuole scrivere bene bisogna leggere, e tanto, ma anche guardare un sacco di film e serie tv, leggere chili di fumetti e di manga, ascoltare valanghe di musica, giocare a quanti più videogiochi possibile. Quest’epoca multimediale ci permette di variare la nostra dieta intellettuale con un click ed è limitante pensare che solo un certo tipo di proposta sia “culturalmente rilevante”. Questo tipo di esclusività porta ad una miopia del pensiero che impedisce una buona scrittura, in quanto spesso sono proprio le “opere alte” quelle che non mettono davvero il culo in mostra: fanno la mossa per raccogliere facili elogi, ma il fatto stesso che siano mainstream dovrebbe mettere in guardia circa i loro bassissimi valori nutrizionali. Certo, ci sono le eccezioni, ma per andare sul sicuro conviene sempre rivolgersi altrove, dove non ci sono i lustrini e dove, magari al netto di una messa in opera disadorna, si sente che il cuore batte forte come un martello.

La letteratura, la musica, il fumetto popolari, quando non fieramente underground, sono gli stagni dai quali abbeverarsi per trarre gli insegnamenti di scrittura più efficaci. Quando ti trovi davanti qualcosa di ruvido e sgraziato, che la maggior parte degli intellettuali definisce “merda”, è quasi sicuro che si tratti di qualcosa di sincero, di qualcosa che non ti mostra solo un pezzettino di coscia, ma il culo tutto intero. Quasi sicuramente è anche qualcosa di sgradevole, o comunque di disturbante, ma è proprio lì che c’è la vita: dove il sangue macchia la pelle e i denti mordono la carne, senza rete di protezione. L’unico modo per trasmettere al prossimo qualcosa di autentico, che non sia stato già masticato più e più volte.


Pulirsi con voi lettori

Le più belle storie d’amore iniziano sempre al cesso, ci avete mai fatto caso?

Gli scrittori sono profondamente presuntuosi e credono che la gente (tranne quella che legge i loro libri, beninteso) sia composta da stuoli di imbecilli. In fondo, se non apprezzi la mia arte, non puoi essere una persona intelligente, giusto? In parte può anche essere vero, ma il punto è che questa convinzione, anche quando è solo inconscia, si ripercuote sull’atto dello scrivere in modi subdoli e imprevedibili. Si può tendere, ad esempio, ad abbassare il livello del proprio eloquio, in modo da essere matematicamente certi che tutti capiscano finalmente cosa dici; o a scrivere di un certo argomento, con un determinato stile, perché è di tendenza sui social; o a rifilare una brodaglia muffita invece di una scrittura fresca e sentita, perché tanto i caproni mandano giù tutto e non vale la pena impegnarsi.

L’errore di fondo non è tanto quello di sottostimare i lettori, a torto o a ragione, quanto quello di non considerare che chi legge ha un potere enorme su chi scrive. E non parlo del potere economico, quello secondo il quale se non compri i miei libri, io non esisto. E’ più un potere, diciamo, igienico.
Ecco, voi lettori, per noi autori, siete una specie di carta igienica per l’anima. Se è vero che scrivere è un lavoro sporco e puzzolente come fare la cacca, voi lettori, con il vostro sostegno, ci ripulite di tutta la sofferenza patita scrivendo in solitudine. Noi, da soli, saremmo solo in grado di affogare nei dubbi. Raccogliete la nostra evacuazione e ce ne liberate, consegnandola poi al mondo grazie allo scarico del passaparola. E ne aspettate altre, di evacuazioni, perché in fondo lo sapete che il vostro ruolo è quello di permettere a noi scrittori di esistere e che, senza di voi, noi saremmo solo delle bocche che parlano a nessun orecchio. Un ruolo fondamentale, questo, che spesso noi autori dimentichiamo di apprezzare quanto dovremmo.
Un po’ come quando finisce la carta quando ormai è troppo tardi.


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2 risposte a “Scrivere è come fare la cacca”

  1. Non dirò che leggere questo post, con il pranzo che fa capolino ogni tot singhiozzi, è stato facile 😀 ma ha colto nel segno. Mi è piaciuto. La metafora è pienamente azzeccata. Per quanto a tratti disgustosa, è proprio così. Sia chiaro, non sono una persona che pensa a se stessa come a una scrittrice, anche se trovo catartico imbrattare il foglio bianco di parole. Per quanto mi riguarda, è come fare una seduta dallo psicologo, ma gratis. Per fare questo mestiere devi avere molta fiducia in te stesso, in questa parte sono estremamente carente, ma ci sto lavorando. Adoro le note sotto le immagini, è quella risata che esula da ciò che hai scritto. Come quando guardi un film o una serie e si fa un commento umoristico che non centra nulla con il contesto. Dato che sono la campionessa del fuori zona, le apprezzo particolarmente. In quanto lettrice, però, me la gioco bene. In quanto appassionata di gaming e di serie e di anime, me la gioco bene. Sono d’accordo sul guardare sempre cose diverse, perchè nella diversità si trova la magia. Non ho mai seguito le letture di massa, ma solo quello che mi interessava o mi attraeva e sapere, in parte, quanto lavoro c’è dietro, me lo fa apprezzare di più. Scusa il papiro. ❤

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    1. “Imbrattare il foglio bianco di parole” è proprio l’immagine perfetta!
      Grazie per gli apprezzamenti, soprattutto nei confronti delle didascalie. Mi ci impegno molto! E non scusarti per il papiro: conosco bene la sensazione di voler dire molte cose e, a un certo punto, rendermi conto di aver tenuto un sermone. L’importante è non essere mai noiosi, quando lo si fa. E tu, te lo assicuro, non lo sei stata affatto.

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